giovedì 18 maggio 2017

UOMO, ANDROIDE E MACCHINA (1976) di Philip Dick parte 1°


UOMO, ANDROIDE E MACCHINA (1976) di Philip Dick (parte 1°)
"L’anima sta all’uomo come l’uomo sta alla macchina: è la dimensione aggiuntiva, in termini di gerarchia funzionale." 
cit. Philip Dick

Nell’universo esistono cose gelide e crudeli, a cui io ho dato il nome di “macchine”.
Il loro comportamento mi spaventa, soprattutto quando imita così bene quello umano da produrre in me la sgradevole sensazione che stiano cercando di farsi passare per umane pur non essendolo. In questo caso le chiamo “androidi”. Per “androide” non intendo il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano (come si vede nell’ottimo film The Questor Tapes).
Mi riferisco invece a una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile. Che ciò avvenga in un laboratorio o meno per me non ha molta importanza: l’intero universo è una sorta di enorme laboratorio, da cui provengono scaltre e crudeli entità che ci sorridono tendendoci la mano. Ma la loro stretta è quella della morte, e il loro sorriso è di un gelo tombale. Queste creature sono tra noi, e morfologicamente non sono diverse: la differenza che noi postuliamo pertiene al comportamento, non all’essenza.
Nelle mie opere di fantascienza ne ho parlato continuamente. A volte neppure loro sanno di essere androidi. Come Rachael Rosen, possono essere di ottimo aspetto, benché privi di un certo nonsoché; oppure, come Pris in We Can Build You, possono essere realmente usciti da un utero umano e addirittura capaci di progettare androidi – quello di Abraham Lincoln , in quel libro – pur essendo anch’essi privi di calore: rientrano, insomma, nella categoria clinica dello “schizoide”, cioè mancano di sentimenti veri e propri. Sono sicuro che abbiamo in mente la stessa cosa, e sottolineo “cosa”.
Un essere umano privo di capacità empatica e di sentimenti è identico a un androide costruito, intenzionalmente o per errore, senza di essi.
Ci riferiamo fondamentalmente a qualcuno cui non importa della sorte delle creature viventi sue simili: costui ostenta distacco, come uno spettatore, confermando con la sua indifferenza il teorema di John Donne, secondo cui “no man is an island” [lett: “nessun uomo è un’isola”], ma in una formulazione leggermente diversa: un’isola morale e mentale non è un uomo.
Di questi tempi, il maggiore mutamento in atto nel mondo è probabilmente la tendenza del vivente alla reificazione e, allo stesso tempo, la reciproca compenetrazione di animato e meccanico.
Non disponiamo più di una definizione pura del vivente in quanto contrapposto al non-vivente.
Il nostro paradigma sarà ben presto il seguente: Hoppy, un personaggio del mio romanzo Dr. Bloodmoney, è una specie di palla umana corredata di un groviglio di servo-meccanismi.
È solo parzialmente organico, ma interamente vivente: una sua parte è uscita da un utero umano, ma tutto il suo corpo è vivo. Ho in mente il nostro mondo reale, e non quello della fantasia, quando affermo che un giorno avremo milioni di entità ibride a cavallo tra questi due mondi.

La definizione dell'”uomo” in quanto contrapposto alla macchina darà luogo a una serie di giochi di parole e rompicapo da sciogliere. La vera preoccupazione presente e futura è: questa entità composita (di cui Palmer Eldritch – per restare ai personaggi dei miei romanzi – è un ottimo esempio) si comporta davvero in modo umano? In molte delle mie storie si narra di sistemi puramente meccanici che si comportano con cortesia – i taxi, per esempio, o i piccoli veicoli alla fine di Now Wait for Last Year, costruiti da quel povero e imperfetto essere umano.
“Uomo” o “essere umano” sono termini che vanno compresi chiaramente e poi impiegati, ma non per definire l’origine o una qualche ontologia, bensì soltanto un modo di essere nel mondo; se una costruzione meccanica interrompe le sue abituali occupazioni e vi presta il suo aiuto, allora finirete per attribuirle, pieni di riconoscenza, un carattere umano che a un’analisi dei suoi sistemi di transistor e relè risulterebbe indimostrabile.
Uno scienziato che cercasse tra i circuiti di tale macchina la fonte di un simile sentimento umano non sarebbe diverso da uno dei nostri seri scienziati che dopo aver tentato invano di localizzare l’anima nell’uomo, incapace di individuare un organo specifico situato in un punto determinato, decidesse di respingere la tesi secondo cui noi avremmo un’anima.
L’anima sta all’uomo come l’uomo sta alla macchina: è la dimensione aggiuntiva, in termini di gerarchia funzionale.
Così come uno di noi può agire in modo davvero divino (donando il proprio mantello a uno sconosciuto), una macchina agisce umanamente quando interrompe il ciclo del suo programma per tornare a svolgerlo solo in seguito a una propria decisione consapevole.
Eppure, dobbiamo renderci conto che l’universo, benché complessivamente buono verso di noi (evidentemente ci accetta e gli piaciamo, perché altrimenti non saremmo qui, cioè, come dice Abraham Maslow, “altrimenti la natura ci avrebbe giustiziato molto tempo fa“), presenta a volte malvagie maschere ghignanti che sbucano dalla nebbia della confusione e potrebbero ucciderci per il loro tornaconto. Dobbiamo stare attenti, però, a non scambiare una maschera per la realtà sottostante. Pensate alla maschera bellica indossata da Pericle: si scorgono tratti gelidi, la severità marziale, senza il minimo segno di compassione, e non un viso autenticamente umano, o una persona alla cui umanità far appello. E questo, naturalmente, era nelle intenzioni.
Provate a immaginare di non sapere che si tratta di una maschera; supponete, mentre Pericle vi viene incontro nella nebbia e nella semioscurità del primo mattino, di credere che quello sia il suo autentico carattere. Ebbene, il protagonista del mio romanzo The Three Stigmata of Palmer Eldritch è descritto in modo quasi identico; così simile alle maschere di guerra attiche che la rassomiglianza non può essere casuale. Ma, allora, le fessure degli occhi, il braccio e la mano meccanici, i denti di acciaio inossidabile – cioè le terrificanti stimmate del male, che io stesso ho intravisto per la prima volta nel cielo meridiano di un giorno del 1963 – non sono forse una descrizione, una visione, la maschera di guerra e l’armatura metallica di una divinità marziale?
Il Dio dell’Ira, infuriato con me. Ma sotto la furia, sotto l’elmo di metallo – come nel caso di Pericle – c’è il volto di un uomo. Un uomo buono e amabile. L’assunto che per anni ha informato i miei scritti è stato: “II diavolo ha un volto di metallo“. Forse, tale assunto andrebbe ora emendato.
Ciò che avevo intravisto e di cui ho parlato, infatti, non era un volto, bensì una maschera sovrapposta a un volto. E il vero volto è l’opposto della maschera.
Ora, almeno, mi parrebbe logico. È inutile, infatti, sovrapporre una crudele maschera metallica a un crudele volto metallico: la si usa invece sopra la morbida carne, come l’innocua falena che si adorna abilmente di ocelli per terrorizzare i predatori. È un sistema di difesa; se funziona, il predatore tornerà alla sua tana borbottando e racconterà: “Ho visto la più spaventosa creatura del cielo: faceva smorfie orribili, sbatteva le ali e aveva pungiglioni avvelenati“. I suoi simili ne rimarranno impressionati, ed ecco che la magia ha funzionato. Avevo supposto che solo le persone cattive indossassero maschere spaventose, ma, come potete vedere, sono diventato sensibile alla magia delle maschere, al loro terrificante e spaventoso incantesimo, alla loro illusorìetà. Mi sono lasciato ingannare anch’io e sono scappato; ora vorrei scusarmi per avervi spacciato il falso come se si fosse trattato di cosa autentica: vi ho tenuti lì, seduti in cerchio intorno al fuoco dell’accampamento con gli occhi spalancati, raccontandovi le storie degli orribili mostri che ho incontrato e il mio viaggio di esplorazione conclusosi con agghiaccianti visioni che ho conservato e diligentemente riportato a casa, fuggendo verso la salvezza. Salvezza da cosa?
Da qualcosa che, una volta svanita la necessità di nascondersi, mi ha sorriso e si è rivelato innocuo. Non intendo certo sbarazzarmi della dicotomia, da me appena introdotta, tra l’umano” e l’androide”, dove quest’ultimo non è che una crudele e volgare caricatura del primo realizzata per scopi malvagi. Ma finora mi ero fermato alle apparenze, in superficie: per distinguere le due categorie è necessaria una maggiore sottigliezza. Perché se una forma di vita buona e innocua si nasconde dietro una spaventosa maschera di guerra, è altresì probabile che dietro una maschera buona e amabile si nasconda un perverso assassino di anime umane. In nessun caso dobbiamo fermarci alla superficie, bensì dobbiamo penetrare in profondità, fino al cuore del soggetto.


Tutto quanto esiste nell’universo, probabilmente, serve a un fine positivo, cioè agli scopi dell’universo. Ma alcune parti o sottosistemi di esso possono essere contrari alla vita.
Dobbiamo affrontarli come tali, senza pensare al loro ruolo all’interno della struttura complessiva.
Il Sepher Yezirah, o Libro della Creazione, testo cabalistico che risale a quasi duemila anni fa, dice: “Dio ha poi posto l’uno contro l’altro: il bene contro il male, e il male contro il bene; il bene purifica il male, e il male il bene; il bene è riservato ai buoni, e il male ai cattivi“. In entrambi i contendenti c’è Dio, il quale è entrambi e nessuno dei due.
Il risultato della contesa è che entrambi i partecipanti ne escono purificati. Così predica l’antico monoteismo ebraico, di tanto superiore al nostro modo di pensare.
Noi siamo creature in gioco con le nostre affinità e avversioni, fissate non dalla cieca casualità, bensì da meccanismi di inscrizione accurati e prestabiliti che intuiamo a malapena. Se li cogliessimo chiaramente, il gioco finirebbe.
E ciò, evidentemente, non farebbe comodo a nessuno. Dobbiamo confidare in questi tropismi, e del resto non abbiamo scelta – almeno finché non smettono di funzionare.
In alcuni casi può succedere, e di fatto succede. A quel punto, molto di quanto ci era prima intenzionalmente celato risulta immediatamente chiaro. Dobbiamo però tener presente che questo inganno, questo nascondimento delle cose come al di sotto di un velo -il velo di maya, è stato chiamato- non è di per sé un fine, come se l’universo si dilettasse perversamente a confonderci; invece, una volta appurato che tra noi e la realtà è steso un velo (dokos, in greco antico), dobbiamo accettare l’idea che questo velo abbia un fine positivo.

Parmenide, il filosofo presocratico, è storicamente considerato colui che per primo in Occidente ha fornito la prova del fatto che il mondo non può essere come lo vediamo, che, cioè, il dokos esiste.
È praticamente lo stesso concetto espresso da San Paolo, quando afferma che noi vediamo “come per il riflesso proveniente dal fondo lucidato di una padella di metallo“. Egli si riferisce qui al noto concetto platonico secondo cui noi vediamo soltanto immagini della realtà, e queste immagini sono molto probabilmente imprecise, imperfette e inaffidabili. Ma vorrei dire che Paolo, a mio parere, dice qualcosa di più rispetto al celeberrimo mito platonico della caverna: Paolo dice che noi potremmo benissimo vedere l’universo al contrario [backward].
La straordinaria forza di questa idea non può assolutamente essere compresa, anche se con l’intelletto riusciamo ad afferrarla. “Vedere l’universo al contrario?” Che cosa vorrebbe dire? Ebbene, la mia ipotesi è questa: noi esperiamo il tempo al contrario; per essere più precisi, la nostra categoria interiore, soggettiva dell’esperienza temporale (nel senso in cui ne ha parlato Kant, come del modo con cui noi inquadriamo la realtà empirica) – insomma, la nostra esperienza del tempo – è ortogonale, perpendicolare al flusso del tempo medesimo.

Ci sono due tipi di tempo: quello che fonda la nostra esperienza o percezione o costruzione della matrice ontologica – estensione legata allo spazio, sua inseparabile estensione in un’altra sfera – che è reale; ma il flusso temporale esterno dell’universo si muove in una direzione diversa.
Sono entrambi reali, ma dalla nostra esperienza del tempo che si pone ortogonalmente rispetto alla reale direzione del suo flusso ricaviamo un’idea completamente errata della sequenza degli eventi, della causalità, di che cosa è passato e che cosa futuro, di dov’è diretto l’universo. Spero che vi rendiate conto di quanto ciò sia importante.
Il tempo è reale, sia come esperienza in senso kantiano sia nel senso a esso attribuito da uno studioso sovietico, il dottor Nikolaj Kozyrev, secondo il quale il tempo è un’energia; anzi, sarebbe l’energia fondamentale che tiene insieme l’universo, da cui dipende ogni forma di vita, da cui hanno origine e acquistano forma tutti i fenomeni. È l’energia di ogni singola entelechia e dell’entelechia totale dell’universo stesso.
Il tempo in sé, però, non muove dal nostro passato al nostro futuro. Il suo asse perpendicolare lo conduce lungo una traiettoria circolare che noi abbiamo percorso più volte nel freddo e interminabile inverno della nostra specie che è già durato circa duemila anni del nostro tempo lineare. Evidentemente, il tempo ortogonale, o tempo vero, scorre un po’ come il tempo ciclico primitivo, in cui ogni nuovo anno era lo stesso anno, ogni raccolto lo stesso raccolto, ogni primavera la stessa primavera. Ciò che ha minato la capacità umana di percepire il tempo in questa maniera così semplice è stato il fatto che l’individuo, sempre più longevo, ha dovuto fare i conti con il proprio declino e rendersi conto che non si rinnovava affatto ogni anno come le messi, i bulbi, le radici e gli alberi. Bisognava trovare una concezione del tempo più adeguata di quella ciclica. Così, con una certa riluttanza, l’uomo ha sviluppato l’idea del tempo lineare, che è un tempo cumulativo, come ha mostrato Bergson; procede, cioè, in una sola direzione e trascorrendo si aggiunge al tutto, o lo costituisce.


Il tempo ortogonale ha un moto rotatorio, ma su scala più ampia, quasi come il Grande Anno degli antichi o l’idea dantesca della misura eterna del tempo espressa nella Divina Commedia.
Nel medioevo, pensatori come Scoto Eriugena avevano cominciato a soffermarsi sulla vera eternità o atemporalità, ma altri avevano cominciato a pensare che l’eternità implica il tempo (l’atemporalità sarebbe una condizione statica), benché il tempo sia molto diverso dalla percezione che noi ne abbiamo. Di ciò si trova traccia in San Paolo, nella sua ricorrente affermazione secondo cui la fine del mondo sarà il Tempo della restaurazione di tutte le cose. Egli aveva sufficiente esperienza del tempo ortogonale per capire che questo comprende, in modo simultaneo e coestensivo, tutto ciò che è stato, proprio come i solchi di un Lp, che contengono la musica già suonata e non scompaiono dopo che la puntina li ha percorsi.
Un disco è in effetti una lunga spirale concentrica rappresentabile nel campo della geometria piana, nello spazio – benché, certo, voi possiate pensare che la musica si accumuli sulla puntina, a mano a mano che questa avanza. L’idea di un malfunzionamento – quale, per esempio, un salto in avanti o all’indietro – è plausibile, in questo contesto, ma non può essere intesa teleologicamente: si tratterebbe di slittamenti temporali [time-slips], come nel mio romanzo Martian Time-Slip.
Eppure, se accadessero, potrebbero diventare uno scopo, per noi osservatori o ascoltatori: comprenderemmo in un istante moltissime cose del nostro universo.
Credo che questi malfunzionamenti ontologici del tempo si verifichino davvero, benché il nostro cervello generi immediatamente un sistema di falsi ricordi per nasconderli.
La spiegazione di ciò ci riporta alla mia premessa: il velo, o dokos, esiste per ingannarci a fin di bene, e rivelazioni come quelle offerte da tali malfunzionamenti temporali devono essere dimenticate perché questo scopo benefico sia raggiunto. In un sistema che produce necessariamente un’enorme quantità di veli, sarebbe da stupidi lamentarsi della realtà, dato che, secondo la mia premessa, se anche dovessimo per qualche ragione penetrarvi, questo strano sogno simile a un velo vi si reinstallerebbe retroattivamente alterando le nostre percezioni e memorie.
Il sogno reciproco riprenderebbe come prima, perché io credo che noi siamo come i personaggi del mio romanzo Ubik: siamo in una condizione di semi-vita.
Non siamo morti, ma neppure vivi, bensì tenuti in una cella frigorifera, in attesa di essere scongelati. Servendosi della forse abusata metafora del susseguirsi delle stagioni, quello di cui parlo è l’inverno, l’inverno della nostra specie, l’inverno dei semi-vivi di Ubik.
Ghiaccio e neve li ricoprono, così come ricoprono il nostro mondo con strati di concrezioni che noi chiamiamo dokos, o maya. Ciò che ogni anno fa sciogliere la crosta di ghiaccio che ricopre il mondo è, naturalmente, la ricomparsa del sole. Ciò che scioglie la neve e il ghiaccio di cui sono coperti i personaggi di Ubik e che interrompe l’ibernazione delle loro vite – l’entropia che percepiscono è prodotta dalla voce di mister Runciter, il loro ex datore di lavoro, che li chiama.
La voce di mister Runciter è la stessa che sentono tutti i bulbi, i semi e le radici sprofondati d’inverno nel terreno. E la voce dice: “Svegliatevi, dormiglioni!“. Ecco svelati l’identità di Runciter, la nostra condizione, nonché il vero tema di Ubik.
Ho anche detto come il tempo corrisponda in realtà alla definizione datane dal dottor Kozyrev, e che in Ubik il tempo è stato annullato e non procede più nel modo lineare da noi esperito.
Dopo tale evento, causato dalla morte dei personaggi, noi lettori e i personaggi stessi vediamo il mondo liberato dal velo di maya, senza più l’ingannevole nebbia del tempo lineare.
È questa stessa energia – il Tempo che, secondo la definizione di Kozyrev, collega tutti i fenomeni e conserva ogni vita – che con la sua attività nasconde la realtà ontologica sottostante.
L’asse del tempo ortogonale può essere stato introdotto in Ubik senza che io comprendessi realmente quel che stavo descrivendo – cioè, la regressione formale degli oggetti secondo una linea tutta diversa da quella seguita nella loro evoluzione lungo il tempo lineare.
Questa regressione è quella delle idee platoniche o archetipi: un razzo regredisce allo stadio di Boeing 747 e, di lì, a un biplano “Jenny” della prima guerra mondiale. Se è vero che posso aver espresso una concezione un po’ drammatica del tempo ortogonale, meno certo è che questo tempo ortogonale sia realmente soggetto a una regressione innaturale, cioè si muova all’indietro.
Quel che i personaggi di Ubik vedono può essere il tempo ortogonale che si muove lungo il suo normale asse; se noi stessi vediamo in un certo senso l’universo all’inverso [reversed], allora le “inversioni” di forma subite dagli oggetti in Ubik potrebbero essere un impulso verso la perfezione. Ciò implicherebbe che il nostro mondo, in quanto esteso nel tempo (invece che nello spazio), è come una cipolla, con un numero praticamente infinito di strati. Se il tempo lineare sembra aggiungere strati, allora forse il tempo ortogonale li sfoglia, pelando strati di Essere sempre più grandi. Viene in mente, a questo riguardo, la concezione plotiniana dell’universo visto come serie di anelli concentrici di emanazione, ciascuno dotato di più Essere – o realtà – del successivo.
All’interno di quell’ontologia, di quel dominio dell’Essere, i personaggi – come noi, del resto – indugiano tra i sogni in attesa della voce che li risveglierà.
Quando dico che loro e noi attendiamo l’arrivo della primavera, non parlo solo in senso metaforico.

La primavera significa il ritorno del caldo, l’interruzione del processo entropico: la loro esistenza può essere espressa in termini di unità di calore, che ammontano a zero. È la primavera che resuscita la vita, completamente; in alcuni casi, come in quello della nostra specie, la nuova vita è una metamorfosi; il periodo di letargo è un periodo di gestazione in compagnia dei nostri amici che culminerà in una forma di vita totalmente diversa da quelle fino a quel momento conosciute.
Molte specie sono così: attraversano dei cicli. E dunque il nostro letargo invernale non è semplicemente un “giro della nostra ruota”, come potrebbe sembrare. Non sbocceremo semplicemente daccapo ogni volta, con gli stessi germogli da noi prodotti l’anno precedente. Ecco perché gli antichi sbagliavano a credere che per noi, come per il mondo vegetale, ritornasse sempre lo stesso anno: nel nostro caso si ha accumulazione, la crescita di un’entelechia ancora imperfetta o incompleta e irripetibile per ciascuno di noi. Come sinfonie di Beethoven, ognuno di noi è unico, e quando il lungo inverno finisce, come nuovi germogli sorprenderemo noi stessi e il mondo attorno a noi.
Quel che molti di noi faranno sarà togliersi la maschera fino ad allora indossata, una maschera che noi volevamo fosse scambiata per realtà. Maschere che hanno abilmente ingannato tutti, come sperato. Siamo stati tanti Palmer Eldritch in movimento nella nebbia gelida, nella bruma e nel crepuscolo invernale, ma presto riemergeremo e smetteremo la maschera di guerra d’acciaio, per rivelare il volto sottostante.È un volto che neppure noi, i portatori di maschere, abbiamo mai visto; sorprenderà anche noi. Perché la realtà assoluta si riveli, le categorie delle esperienze spazio-temporali, matrice fondamentale grazie alla quale siamo in relazione con l’universo, devono infrangersi e crollare del tutto.


Ho affrontato un crollo simile in Martian Time-Slip, su un piano temporale; in Maze of Death ci sono infinite realtà parallele disposte nello spazio; in Flow My Tears, the Policeman Said il mondo di uno dei personaggi invade il mondo condiviso, dimostrando come con il termine “mondo” ci riferiamo in realtà, più o meno, alla mente – alla mente pensante immanente – o piuttosto a sogni, al nostro mondo.
Colui che sogna, come il sognatore del Finnegans Wake di Joyce, si sta rigirando ed è in procinto di tornare alla coscienza. Noi siamo dentro quel sogno; questi molteplici sogni si ripiegano in se stessi per scomparire in quanto tali ed essere sostituiti dal vero paesaggio reale del sognatore. Noi ci uniremo a lui quando lo vedrà di nuovo e si renderà conto di aver sognato. Nel brahmanesimo si direbbe che un grande ciclo si è concluso e che Brahma si rigira e si risveglia, o che si riaddormenta dopo la veglia: in ogni caso, l’universo da noi esperito, cioè l’estensione nello spazio e nel tempo della sua Mente, vive le tipiche disfunzioni che si verificano alla fine di un ciclo. Si può dire, se volete, che “la realtà sta crollando e tutto piomba nel caos” oppure – come io preferisco – “sento che il sogno, il dokos, sta svanendo; sento che maya sta dissolvendosi; mi sto risvegliando. Si sta svegliando: io sono il Sognatore, noi tutti siamo il Sognatore”.
E a questo punto vie ne spontaneo pensare alla overmind [mente cosmica, N.d.R.] di Arthur C. Clarke. Quando le nostre categorie ontologiche crolleranno, ognuno di noi dovrà accettare o negare la realtà che ne risulterà svelata. Se avete la sensazione che il caos incomba, che quando il sogno svanirà non resterà più nulla o, peggio, che vi troverete di fronte a qualcosa di terribile… be’, ecco spiegato perché perdura l’idea del Dies Irae; molti nutrono il profondo timore che quando il dokos improvvisamente svanirà saranno guai per loro.
Io, invece, credo che il volto che si manifesterà sarà sorridente, perché di solito la primavera si irradia beneficamente sulle creature, piuttosto che distruggerle e disseccarle con il caldo.
Certo, nell’universo potranno anche esserci forze malvagie che si manifesteranno dopo la rimozione del velo, ma se penso alla caduta, nel 1974, della tirannia politica negli Stati Uniti, mi pare che nell’esposizione alla luce del giorno di quell’orribile cancro e nella successiva asportazione è contenuta la natura dell’alto valore che si schiude alla luce del sole; possiamo anche aver subito dei traumi, apprendendo per esempio che durante il Nacht und Nebel, nel tempo della notte e della nebbia, la nostra libertà, i nostri diritti, la nostra proprietà e persino la nostra vita sono state mutilate, conculcate, rubate e distrutte da creature spregevoli rintanate nell’illegittimo santuario di San Clemente [località in cui aveva abitato Nixon], in Florida e nelle altre ville, ma il trauma della rivelazione è stato più nocivo ai loro piani che ai nostri. Noi volevamo soltanto giustizia, verità e libertà: il precedente governo di questo paese si è adattato a convivere con forze crudeli e violente, raccontandoci, contemporaneamente, un’infinità di menzogne attraverso ogni canale di comunicazione. Ecco un esempio del potere terapeutico della luce del sole – potere di rivelare, prima, e, poi, di disseccare la mala pianta della tirannia cresciuta e radicatasi in profondità nel cuore della brava gente.
Questo cuore ora batte più forte che mai, benché fosse gravemente ammalato; il cancro che lo aveva attaccato, però, è scomparso. Quella nera escrescenza che fuggiva la luce, fuggiva la verità e distruggeva chiunque osasse pronunciarla, dà una dimostrazione di ciò che può crescere e svilupparsi nel lungo inverno della razza umana. Ma l’inizio della fine dell’inverno è da collocare nell’equinozio di primavera del 1974.

A volte penso che il Sognatore, svegliandoci, abbia cominciato a combattere la tirannia: qui negli Stati Uniti ci ha risvegliato alla nostra reale condizione, ci ha fatto aprire gli occhi davanti all’orrendo pericolo che ci minacciava. Uno dei romanzi migliori, fondamentale per la comprensione della natura del nostro mondo, è La falce dei cieli di Ursula Le Guin, in cui l’universo del sogno è articolato in modo così stupefacente e convincente da farmi dubitare dell’opportunità di aggiungere ulteriori spiegazioni: non ce n’è alcun bisogno.
Credo che né io né lei avessimo letto dello studio di Charles Tart sul sogno, prima di scrivere i nostri romanzi, ma ora io l’ho fatto, e ho letto anche qualcosa di Robert E. Ornstein, promotore della “rivoluzione del cervello” alla Stanford University, poco più a nord di dove vivo io.
Sulla base del lavoro di Ornstein emerge la possibilità che noi si sia dotati di due cervelli completamente separati, più che di un unico cervello diviso in due emisferi simmetrici, cioè che il nostro corpo, singolo, possieda due menti (si veda al riguardo il saggio di Joseph E. Bogen, The Other Side of the Brain: An Appositional Mind, compreso nel volume di Ornstein, The Nature of Human Consciousness).
Bogen dimostra che era già successo che dei ricercatori avessero subodorato la possibilità che ci fossero in noi due cervelli, due menti, ma che solo con le moderne tecniche di brain mapping e gli studi relativi è stato possibile provarlo.
Per esempio, nel 1763 Jerome Gaub scriveva: “Spero che voi crediate a Pitagora e a Platone, i più saggi tra gli antichi filosofi, i quali, secondo Cicerone, dividevano la mente in due parti, l’una partecipe della ragione, l’altra assolutamente priva“. Il saggio di Bogen presenta idee così affascinanti da indurmi a domandarmi perché non ci siamo mai accorti che il nostro “inconscio” non è affatto tale, bensì solo un’altra forma di coscienza, con cui intratteniamo un rapporto labilissimo.
È quest’altra mente, o coscienza, che ci sogna di notte: essa ci affascina con i suoi racconti, e noi siamo il suo pubblico di bambini incantati…
Ecco perché La falce dei cieli può essere considerato uno dei grandi libri fondamentali della nostra civiltà, soprattutto perché Ursula Le Guin, ne sono certo, è giunta alla sua formulazione senza conoscere l’opera di Ornstein e la straordinaria teoria di Bogen.
Ciò implica che entrambi i cervelli ricevono gli stessi input, attraverso i vari organi di senso, ma elaborano le informazioni in modo diverso: ciascun cervello opera in modo assolutamente originale (quello di sinistra è molto simile a un computer digitale, quello di destra a un computer analogico, che funziona sulla base del confronto di modelli).
Elaborando la stessa informazione, i due cervelli possono giungere a conclusioni del tutto differenti; poiché la nostra personalità si costituisce nel cervello sinistro, se il cervello destro scopre qualcosa di fondamentale di cui noi con il sinistro rimaniamo inconsapevoli, ce lo comunica durante il sonno, in sogno; perciò, evidentemente, il Sognatore che si rivolge a noi di notte con tale urgenza è localizzato neurologicamente nel cervello destro, che rappresenta il non-Io.
Oltre a questo, però (per esempio: il cervello destro è forse, come pensava Bergson, il trasduttore o il trasformatore di input ultrasensoriali fuori dalla portata del sinistro?), nulla è ancora certo. Credo, comunque, che l’incantesimo del dokos sia tessuto dalla pluralità dei nostri cervelli destri; in quanto specie, siamo inclini a basarci interamente su un unico emisfero, lasciando l’altro libero di fare il suo dovere per proteggere il mondo. Tenete presente che questa protettività è biunivoca, uno scambio tra il mondo e ciascuno di noi: ognuno di noi costituisce un tesoro, da apprezzare e preservare, ma lo stesso si può dire per il mondo e per i semi in esso nascosti e assopiti. Gli altri semi nascosti. Così, dal vorticare dei veli di Kali, corrispondente all’emisfero destro di ciascuno di noi, siamo tenuti all’oscuro di ciò che dobbiamo ignorare. Ma quest’epoca è al termine: l’inverno sta finendo, e la neve, insieme alle paure e alla tirannia, si sta sciogliendo. La migliore descrizione della tessitura del dokos che io abbia letto è quella data da Frederick Jameson, nel suo articolo After Armageddon: Character Sistems in “Dr. Bloodmoney” (quest’ultimo è un mio oscuro romanzo), comparso in “Science Fiction Studies” del marzo 1975.
Cito testualmente: “Tutti i lettori di Dick hanno una notevole familiarità con questa incertezza da incubo, con questo fluttuare della realtà a volte causato dalle droghe, altre dalla schizofrenia [Spero che Jameson si riferisca alle droghe e alla schizofrenia dei personaggi del mio libro, e non a me. Comunque sia, lasciamo perdere, N.d.A.], altre ancora in cui il mondo psichico per così dire dilaga all’esterno e ricompare sotto forma di simulacri o di abili riproduzioni fotografiche dell’esterno” .

Come è facile dedurre da quanto scrive Jameson, stiamo parlando di qualcosa che è molto simile a maya, ma anche a un ologramma. Ho la netta sensazione che Carl Gustav Jung avesse ragione, a proposito dei nostri inconsci personali, quando affermava che essi costituiscono un’entità unitaria, da lui chiamata “inconscio collettivo”. In tal caso, questa entità cerebrale collettiva – composta, in senso letterale, da miliardi di “stazioni” che trasmettono e ricevono – formerebbe una vasta rete di comunicazione e informazione, molto simile all’idea di “noosfera” formulata da Teilhard.
Questa è realmente la noosfera, tanto reale quanto la ionosfera e la biosfera: è uno strato dell’atmosfera terrestre costituito da proiezioni olografiche e informative all’interno di una gestalt unitaria e in fase di costante elaborazione, la cui sorgente si trova nella moltitudine dei nostri cervelli destri. Ciò dà luogo a una Mente enorme, per noi immanente, dotata di una tale potenza e saggezza da sembrarci indistinguibile dal Creatore. Questa, perlomeno, era la concezione di Dio formulata da Bergson.
È interessante vedere come fossero profondamente turbati i filosofi greci dalle attività degli dei; erano in grado di vedere sia le une (almeno, così pensavano) sia gli altri, ma come disse Senofane: “Infatti, se anche uno si trovasse per caso a dire, come meglio non si può, una cosa reale, tuttavia non la conoscerebbe per averla sperimentata direttamente. Perché a tutti è dato solo l’opinare” [il corsivo è di Dick]. Questa idea balenò ai presocratici in virtù del fatto che molte delle cose che vedevano erano da loro considerate non reali, a priori, dato che solo l’Uno esisteva. “Se Dio è tutte le cose, allora le apparenze sono certamente ingannevoli; e benché l’osservazione del cosmo possa produrre generalizzazioni e speculazioni a proposito dei piani divini, la vera conoscenza di questi potrebbe essere data solo dal contatto diretto con la mente di Dio” (questa citazione è tratta dal meraviglioso libro di Edward Hussey, The Pre-Socratics, p. 35). Hussey prosegue citando due frammenti di Eraclito:
“La natura delle cose ama celarsi” (frammento 123).
“L’armonia nascosta vale più di quella che appare” (frammento 54).


11 commenti:

  1. Non so perchè ma mi ha fatto venire in mente il film Donnie DArko ;)
    SoylentGreen

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  2. https://uploadfiles.io/qrb7u

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  3. Dai diamanti non nasce niente...ma da quel letamaio che è l'America nascono i fior.

    "Un'isola morale e mentale non è un uomo"

    Esatto e poetico.
    Non è un caso che le persone"veramente"
    intelligenti siano anche"veramente"buone.

    Strana"coincidenza"tra la data della morte e
    quella dell'inizio delle visioni 2.3.74 2.3.82

    Giovanni

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  4. "Viviamo in un universo predatorio. Noi crediamo di essere l'ultimo anello della catena alimentare; in realtà, anche noi siamo cibo per altre creature di cui la maggior parte della gente non sospetta neppure l'esistenza. Quando un uomo si accorge che questi sono entità estranee, allora inizia la vera battaglia. L'uomo deve ritornare ad essere il sovrano del proprio regno; solo cosi potrà dirsi certo di stare vivendo la propria vita."
    "Essere uomini è una conquista. La libertà non è un diritto ma una conquista e il suo prezzo è altissimo. La libertà è dolorosa, fa male, ti fa sentire tremendamente solo. L a schiavitù invece è calda, ti intorpidisce, ti anestetizza e ti accompagna dolcemente al mattatoio". Tratto da 'La Pietra degli Alchimisti - Edizioni Verdechiaro', un libro che raccomando vivamente per comprendere in una chiave odierna la condizione di sonno ipnotico che viviamo attualmente.

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    1. http://www.misticamente.it/2015/11/06/la-pietra-degli-alchimisti/

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  5. Tutti abbiamo un'anima, solo che è "atrofizzata", perché non viene quasi mai utilizzata quindi è come se la maggior parte della gente non ce l'avesse, si trova in una condizione di letargia in quanto la struttura sociale vigente ne scoraggia l'utilizzo e la sua relativa riemersione. Quelle rare volte riusciamo a renderci ricettivi ai saggi consigli dell'anima , l'altra mente, quella aliena cerca di soffocarla, sovrastimolandola con un vero e proprio bombardamento di impulsi, di desideri irreali che non potranno mai essere soddisfatti pienamente, di paure immaginarie, di pensieri distorti, alteranti, intossicanti, disarticolati e incoerenti, di contraddizioni che coesistono simultaneamente e spingono le persone a vivere in una condizione di dissonanza cognitiva, insomma una condizione poco piacevole che può essere tenuta a bada solo principalmente: evitando di sprecare l'energia seminale per il mero soddisfacimento dei piaceri corporali, soprattutto per i maschi che rappresentano l'anello debole della specie umana, lo sperma è un condensato di energia eterica e orgonica, è la migliore energia a disposizione per l'ampliamento della consapevolezza, se lo sperma fuoriesce dal pene si andrà incontro gradualmente e col passare degli anni ad un autentico decadimento psico-fisico, (l'ingiustificato dominio maschile ne è un esempio perfetto, che altro non è che senso di insicurezza dissimulato da superbia, presunzione, complessi psicologici di superiorità o di inferiorità, ossessione patologica di esercitare un controllo a tratti dispotico sugli esemplari femminili della specie umana che rappresentano il vero pilastro evolutivo), mentre se allo sperma gli verrà impedito di fuoriuscire verso l'esterno contraendo i muscoli sfintero-anali qualche istante prima dell'orgasmo e rinserrando le natiche , riducendo le immagini mentali di natura erotica che sono puro veleno eggregorico, i complessi psicologici di superiorità e inferiorità nei confronti del genere femminile verranno col tempo gradualmente compresi per quello che sono realmente, ovverosia forme-pensiero che spingono le persone attraverso degli automatismi biochimici istintivi e atavici a nutrirsi di sentimenti ed emozioni endorfiniche, sprigionate dal rilascio di sostanze neurochimiche le quali fungono da innesto e da aggancio da parte delle eggregore e dei parassiti psichici. L'energia sessuale riveste un'importanza nella difesa e nella salvaguardia del livello coscienziale di un individuo che ancora non è stata ben compresa, tant'è che viene nella sua quasi totalità perennemente sminuita e ridicolizzata. (serve anche a proteggere l'uovo luminoso cioè l'aura dalle aggressioni psichiche e dai tentativi di continua intrusione da parte di forme di vita che per poter sintetizzare determinate emozioni necessitano un tramite organico in quanto non possono autonomamente produrle e provarle da sè.

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  6. Quindi o siamo noi a gestire la nostra esistenza o ci sarà per ragioni di compensazione qualcos'altro a farsene carico al posto nostro, o si vive o si viene vissuti. La globalizzazione arcontica e il transumanesimo sono l'equivalemnte di quello che lo sciamano don Juan Matus, definiva nel Lato attivo dell'infinito "il piano metodico mediante il quale i predatori inorganici vogliono ridurci all'impotenza piu' assoluta", separancodi ulteriormente dalla consapevolezza del nostro sè energetico, che altro non è che la nostra mente autentica, quella originale per intenderci. In sostanza condivido il pensiero di P.Dick, ha cercato attraverso i suoi racconti sia di metterci in guardia e sia di risvegliare in noi il senso dell'avventura, perchè senza quest'ultimo ingrediente, larghi strati della popolazione mondiale tramite un effetto contagio, abbracceranno senza il minimo indugio la trappola della realtà virtuale, propinata dal transumanesimo, o meglio per essere piu' precisi una realtà ancora piu densa, più limitata e più virtuale rispetto a quella in cui già siamo immersi da qualche migliaio di anni, quindi un sogno o un incubo a seconda dei punti di vista ad elevatissima intensità onirica, spinti da tutta una serie di fattori tra i quali: (noia esistenziale, frustrazione, monotonia quotidiana, desiderio di fuggire da questa gamma di realtà predatoria. Il transumanesimo non è altro che una simulazione, le entità di cui anche Giordano Bruno ci mise in guardia non possono creare ex-novo, ma solo replicare, imitare peraltro in maniera grossolana, oscena e distorta. Sono entità che si oppongono al processo della creazione, e il loro scopo è quello di tirare fuori il meglio di noi stessi, la loro forma mentis è altamente ego-centrata, lineare, prevedibile, ripetitiva, potenzialmente tirannica e assassina, ritualistica, priva della capacità di provare emozioni vibrazionalmente elevate, e collettiva. Anche loro fanno parte della Creazione e ne rappresentano il lato oscuro della forza, costituiscono l'aspetto altamente predatorio dell'universo.
    Osho disse"Voi potreste essere l'ultima generazione a cui è ancora concessa la possibilità di ribellarsi. Se non vi ribellate non potrebbero esserci piu opportunità: l'umanità potrebbe essere ridotta allo stato di robot".
    https://crepanelmuro.blogspot.it/2014/02/chi-sono-gli-arconti.html

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  7. Mi piace molto Dick,per quella sua curiosità che lo spinge a cercare fino nei campi più lontani e inesplorati,per la sua purezza d'intenti e onestà intellettuale, e per una certa infantilità(che è sempre segno di genialità).
    Tuttavia riscontro in Dick la mancanza di un'accurata indagine psicologica e un eccesso di "visioni". D'altro canto è pur sempre figlio di un paese ALLUCINANTE nel quale la superficialità,il senso di solitudine e i comportamenti paranoici sono il pane quotidiano.Egli NON può non portarne traccia, pur rimanendo nell'insieme un frutto pregiato e necessario al processo evolutivo, dialetticamente INARRESTABILE (malgrado l'apparenza).
    Detto questo,certe sue ipotesi mi appaiono discutibili per quanto affascinanti e intriganti (es.le due parti della mente...),ma comunque da verificare. Mentre sulle maschere mi pare confuso e non concordo affatto (anche se mi piace come svolge la questione nel senso poetico-immaginativo),
    poiché,e ne sono fortemente convinta:-NON C'E'NIENTE DI PIU' PROFONDO DI CIO'CHE APPARE IN SUPERFICIE-;vale a dire,che il significato si manifesta nel significante.
    La forma è la possibilità della struttura, che, a seconda delle interconnessione
    con l'ambiente,(anche se si può giungere,ma solo in parte,ad affermare la propria volontà),si adegua configurandosi in un modo o in un altro,però sempre CONSEGUENTE alla REALTA' che vive,(velata o meno),
    la quale a sua volta è il risultato delle diverse configurazioni acquisite per ragioni accidentali o storiche, ecc..
    Per cui un'anima, malvagia o buona che sia, NON può non apparire in superficie.Ma la verità non sarà visibile ai ciechi;a chi è sciocco o in mala fede, a chi non voglia o tema vederla.(per es.negli USA il 99% della popolazione è cieca)In quanto alle maschere cattive su volti buoni...Mah! Un uomo buono può coprirsi di serietà, severità, anche di disperazione, di rabbia e via dicendo. ma sarà soltanto occasionale.
    Comunque, non mi si venga a dire, per es.,che sotto quella ORRIBILE, CANAGLIESCA e INGUARDABILE faccia di D. Rockefeller c'era un uomo buono...SUVVIA ! !

    Lilith

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  8. A proposito di Osho, egli sosteneva che l'anima è solo un seme in cui è rinchiusa la sua potenzialità: in alcuni rimane tale, mentre in altri germoglia, assurge e fiorisce. Osho era, a suo modo, un GRANDE SAGGIO.

    Chissà che l' idea del paradiso e dell' inferno non scaturisca da questo stesso concetto, ma deformata. Ossia: l' inferno rappresenterebbe il centro dell' universo infuocato dove l'ATOMO PRIMORDIALE si condensa, compresso dallo SPAZIO INFINITO,(come il seme dentro la terra), e risiede prima del Big Beng,( ma poi chi l' ha detto che l' ATOMO primordiale, ossia il FIGLIO, non ci stia bene li al calduccio dentro l' utero della GRANDE MADRE?!?);insomma, chi non ha permesso alla propria anima di innalzarsi ci va a finire e deve rifare tutto il percorso daccapo, il che, in effetti, equivale ad una eternità !:-)
    Il paradiso invece, sarebbe quella parte di cielo intermedia, la più accogliente, quella che sta in equilibrio tra estremo caldo ed estremo freddo, e che abbraccia l'albero-anima ormai libero.

    Naturalmente tutte elaborazioni di un gruppo di maschi-sacerdoti-truffatori( Giuseppe Flavio, Paolo,ecc., la maggior parte, se non tutti, leviti, forse incazzati per l'uccisione di Mosè-Aknaton da parte dei VERI ebrei e dall' essere stati spogliati dei privilegi e non aver ricevuto nessuna terra entrati a Canan... ); Sacerdoti-delinqueti che vollero fondare una religione TERRIFICANTE, la PEGGIORE, la più FURBESCA e SADICA mai esistita. Da spunti veritieri manipolati sviluppavano quel che conveniva loro per far paura, affermare il patriarcato e far cassa. Un patriarcato ancora peggiore del primo...
    Per inciso: I VERI EBREI, prima di "Mosè", ERANO ADORATORI DEL CIELO, non a caso seguono ancora la linea MATRIARCALE.

    Consiglio: L'UOMO MOSE' E LA RELIGIONE MONOTEISTICA,di S. Freud. ( egli scrive a inizio libro-"Quello che dirò, tuttavia, non è tutto, anzi non è neppure la parte più importante del tutto."

    Ma fa capire comunque altre parti di "quel tutto".
    Pur non condividendo la sua analisi psicologica del patriarcato, trovo che sia un libro MOLTO, MOLTO interessante.

    Lilith

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  9. http://markhedsel.blogspot.it/2014/12/il-doppio-oscuro.html

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  10. Ma quale"modernità occidentale"dei miei stivali?!?

    Le nostre conquiste,la tecnologia e il resto
    delle menate con cui ci glorifichiamo sarebbero
    la dimostrazione di che?
    Della quantità di onde elettromagnetiche con cui
    ci stanno tostando e dei pericolosissimi vaccini-FORZATI-su bambini di TRE MESI,per far cassa e chissà per quale altra malefica intenzione?!?

    Non abbiamo le caste, ebbene?! abbiamo le classi!
    E il feroce SFRUTTAMENTO dell' uomo sull'uomo non c'è anche da noi? La gente qui non s'ammazza,la follia non fa da padrona?
    Siamo solo un po'meno poveri, un po' meno ignoranti e un po' più liberi...POCA ROBA ! ! !
    Siamo soltanto un pizzico,una MISERABILE briciola,
    più avanti di altre culture e razze!

    E' tutto FITTIZIO, ARTEFATTO, tutto ciò che abbiamo intorno non centra un emerito... con l'AUTENTICA vita.
    Come dice GIUSTAMENTE Carpeoro:-siamo TUTTI
    ( da nord a sud e da est a ovest )dentro un
    FATISCENTE, DECREPITO e MALEDETTO cerchio magico,
    disegnato da altrettanti LOGORI, STANTII
    e VECCHI figli di "buona madre"...TROPPO tempo fa!
    E questo VECCHIUME INVIDIOSO ODIA i bambini;
    unici VERI SANTI, agnelli consacrati
    sopra l'altare del piccolo e squallido dio del cazzo dei loro frusti e cadenti coglioni.
    ODIANO i bambini perché questi sono felici,
    belli, geniali,perché sanno amare e SOPRATTUTTO
    perdonare. I bambini rappresentano la vita che comincia, il TUTTO possibile, loro invece sono la MORTE.

    TIAMAT

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