martedì 18 luglio 2017

L'INGIUSTA CONDANNA DI UN MURATORE DEL BERGAMASCO...


Il processo e la condanna a Bossetti è il processo e la condanna di ogni singolo cittadino italiano e il suo stato di diritto.
cit. Mantenos Andrea Flower Naborovich

La Corte d'Assise d'Appello di Brescia ha confermato la condanna all'ergastolo di Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio.
Ce lo aspettavamo tutti, forse qualcuno di noi ci aveva pure sperato invano, ma intimamente sapevamo sarebbe successo, e così è stato.
Il tritacarne della giustizia non poteva fermarsi, la piazza andava sfamata, quella bava atavica che colava dalla bocca dei moralizzatori non poteva seccarsi così velocemente, l'astinenza da rogo non poteva attendere tempi migliori, Bossetti non avrebbe mai potuto passarla liscia.
E allora, noi e pochi altri sostenitori della sua innocenza, che ingenuamente speravamo che qualcosa di magico potesse almeno per una volta compiersi, che desideravamo si materializzasse la Dea della giustizia Astrea nel cupo tribunale del povero muratore, abbiamo perso, ma soprattutto hanno perso tutti gli italiani ed i sostenitori del diritto, ha perso lo Stato di Diritto, ha perso l'intera comunità...
Bossetti dopo la lettura della sentenza "ha pianto" nella gabbia degli imputati. Lo ha riferito uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, che ha aggiunto: "questa sera si è assistito alla sconfitta del diritto".
I Legali di Bossetti, Salvagni e Paolo Camporini, subito dopo la lettura della sentenza hanno dato "per scontato" il ricorso in Cassazione. "Aspettiamo le motivazioni - hanno detto - ma il ricorso in Cassazione è scontato. Questa sera abbiamo assistito alla sconfitta della giustizia".
Nelle sue dichiarazioni spontanee Bossetti ha detto di essere vittima "del più grande errore giudiziario di tutta la storia". Il muratore ha anche stigmatizzato il modo con cui fu arrestato: "C'era necessità di scomodare un esercito e umiliarmi davanti ai miei figli e al mondo intero?". Ha poi aggiunto che, quando fu fermato nel cantiere in cui lavorava (e i momenti del fermo furono filmati) si sentì "una lepre che doveva essere sbranata da innumerevoli cacciatori". "Perché, perché, perché?" ha detto il muratore. E girandosi verso il pubblico in aula per poi tornare ai giudici, ha detto: "Io non sono un assassino, mettetevelo in testa".
Posso marcire in carcere per un delitto atroce che non ho commesso senza che mi sia concessa almeno questa possibilità?", ha scritto Bossetti Bossetti a un quotidiano: "Confido che finalmente sia fatta Giustizia e io possa tornare a riabbracciare i miei cari da uomo libero e innocente quale sono, anche se ho una vita stravolta e comunque segnata per sempre. 
Lo spero io, lo devono sperare i Giudici, sono convinto che lo speri Yara da Lassù, almeno fino a quando il suo vero assassino che è ancora libero e sta ridendo di me e della Giustizia, sconterà la giusta pena".
" In natura, se io tocco una persona, se io tocco lei, cosa trasferisco? 
Solo il nucleare o tutto quanto? Tutto.
E se andiamo ad analizzarlo, possibile che non si trovi il mio Dna mitocondriale?
Anzi, che non si trovi il mio ma quello di un altro soggetto? Perché questo è il caso di specie. 
Il mitocondriale di Yara è stato trovato, non è sparito. 
Ed era lì sicuramente da tre mesi, non si è degradato. 
Invece di Ignoto 1 non l’hanno trovato, hanno trovato un altro Dna mitocondriale, che non si sa di chi sia. 
Il nodo processuale è tutto qui. Ma non è un cavillo, è una questione tecnico-scientifica di fondamentale importanza".
L'errore del DNA è oggettivo, c'è poco da aggiungere, la procura sta negando che 1+1 faccia 2...
Questo sarà considerato il nuovo caso Giro Limoni, però ancora peggio, con la connivenza di poteri rimasti al tempo dell'OVRA, con la gogna mediatica, perché il fascismo non è morto.
Rivedere SALO' di Pasolini per capire e percepire quale ambiente c'è dietro a questi delitti...
Onore all'avvocato che ha fatto il possibile per amor della giustizia ed a titolo gratuito, egli sta facendo un grande servizio alla democrazia ed alla società intera, compresi tutti coloro che sono in astinenza da rogo, giustizialisti con il culo degli altri...

Quella che segue è un'intervista rilasciata dal suo avvocato Salvagni ad Andrea Rossetti il 24 febbraio 2017 e pubblicata per il Bergamo Post:
Avvocato, partiamo dall’inizio. Come è entrato in contatto con Bossetti 
«La famiglia mi conosceva già. Mi hanno contattato pochi giorni dopo l’arresto».
Inizialmente ha lavorato fianco a fianco con l’avvocato d’ufficio.
«Sì, la collega Silvia Gazzetti. Poi, nel dicembre 2014, lei ha lasciato l’incarico e ho continuato da solo fino all’udienza preliminare. Più o meno in quel periodo s’è affiancato a me l’avvocato Paolo Camporini, con cui seguo il caso ancora oggi».
Siete stati aiutati anche da un folto gruppo di esperti. 
«Io e Paolo siamo solo la punta dell’iceberg. Dietro di noi c’è il fantastico lavoro di un team di professionisti entrati in punta di piedi nella vicenda, dubbiosi, ma che non appena hanno letto le carte dell’inchiesta si sono messi al servizio di Bossetti. Il dottor Marzio Capra e la professoressa Sarah Gino, genetisti; l’investigatore privato Ezio Denti; la dottoressa Dalila Ranalletta, medico legale; l’ingegnere Vittorio Cianci, esperto di tessuti; l’avvocato e professore universitario di logica giuridica Sergio Novani. E ancora: Luigi Nicotera, che si è occupato dell’analisi delle celle telefoniche; Giovanni Bassetti, esperto informatico; i professionisti in psicologia clinica forense Anna Maria Casale e Alessandro Meluzzi; e il dottore in legge Roberto Bianco, che è stato un po’ il coordinatore di tutti i consulenti ».
Non capita spesso di vedere un team difensivo così ampio.
«Vero. La figura del dottor Bianco, ad esempio, credo sia una novità. Lui ha fatto da collegamento tra noi e i consulenti, anche perché loro sono gli esperti ma poi siamo noi a dover spiegare in aula il loro operato. È stato veramente un grandissimo lavoro».
Scusi la domanda un po’ indelicata, ma la famiglia Bossetti può pagare tutto questo?
«Uno dei nostri meriti ritengo sia stato l’aver messo insieme un gruppo di professionisti di primissimo livello che si sono appassionati al caso soltanto per amore di verità. Nessuno, sottolineo nessuno, ha avuto un euro di parcella. Nemmeno io».
Però il ritorno mediatico è stato elevato…
«Posso assicurarvi che anche questo è un falso mito. Tutti hanno lavorato a titolo gratuito perché la verità è che un caso del genere è capitato a Bossetti, ma potrebbe capitare veramente a chiunque, soprattutto se dovesse passare la linea giuridica adottata nella sentenza di primo grado. Diventerebbe veramente molto pericoloso e rischioso per chiunque di noi».
Lei è convinto dell’innocenza di Bossetti?
«Sì, anche se per un avvocato non dovrebbe essere un elemento rilevante. Il mio collega Paolo Camporini, ad esempio, dice: “A me non interessa sapere se l’imputato è colpevole o innocente, a me interessa sapere cosa dicono le carte processuali”. E ha ragione, anche se poi è diventato il primo convinto assertore dell’innocenza di Massimo. Ma io la penso in maniera leggermente diversa. In un processo come questo per me era importante essere intimamente convinto dell’innocenza di Massimo, perché soltanto così si può dare quel qualcosa in più. Abbiamo lavorato una quantità di ore infinita, giorno e notte. E non per modo di dire, ma davvero. Quando abbiamo depositato il ricorso in Appello, solo per la stesura finale dell’atto abbiamo lavorato trenta ore di fila. Trenta ore».
Cos’è che la rende così certo dell’innocenza di Bossetti?
«Una somma di elementi. Partiamo dal concetto che il delitto perfetto non esiste. Chiunque commetta un delitto lascia una serie di elementi che, uniti, portano all’individuazione del responsabile. Quali sono gli elementi a carico di Bossetti? Solo ed esclusivamente il Dna, la sua firma dicono. Praticamente ha compiuto il delitto perfetto e poi lo ha firmato. Già questa è una contraddizione. Non hai lasciato tracce, non c’è un punto di contatto, non c’è un movente, non c’è una ricostruzione, sei una sorta di marziano che si è calato in quel momento nella vita di questa ragazzina e l’ha uccisa lasciando unicamente il proprio Dna».
Non è cosa da poco, no?
«Il Dna diventa un elemento individualizzante, probante, quando è perfetto. Quando è esente da anomalie. In quel caso siamo tutti d’accordo: periti della difesa, periti dell’accusa, parte civile, tutti. Poi sarà il giudice che dovrà decidere. Ma in questo caso siamo così sicuri che quello sia il Dna di Massimo? La sentenza glissa paurosamente tutte le nostre eccezioni. Noi non abbiamo mai potuto partecipare a nessun contraddittorio su quel Dna. Mai».
Ci spieghi meglio la questione allora...
«Volentieri. Trovano sugli slip di Yara questa traccia di Dna. Una quantità esorbitante, tantissimo. Facciamo finta un bicchiere di Dna. In quel momento Bossetti non era conosciuto, quindi non potevano certo chiamarci a esaminare i test compiuti. Ma un conto è se ne trovi una goccia, come accaduto nell’omicidio di Meredith Kercher: lì il test viene compiuto giustamente come atto irripetibile, non è che puoi fermare le indagini. Un altro discorso, invece, è se ne trovi un bicchiere, come qua. In questo caso buona regola vorrebbe che metà Dna lo userai per far tutti i test che vuoi e metà lo conservi per il futuro, quando ci sarà finalmente un presunto colpevole».
E invece come sono andate le cose?
«Invece qui avevano molto Dna, ma non sono neppure stati in grado di dire che tipo di traccia sia. È stato escluso con diversi test, uno più sofisticato dell’altro, che si tratti di sperma. Quindi sappiamo che cosa non è, ma non sappiamo che cos’è. È tanto, non sappiamo che cos’è, ed è pressoché puro. Praticamente un fiore del deserto. Meraviglioso. È meraviglioso ma non sappiamo dirti che cos’è. Una prima stranezza: il diverso grado di degradazione proteica di Dna della vittima e Dna di Ignoto 1. Il primo era presente in tutte le sue componenti, nucleare e mitocondriale, e dimostrava l’esposizione a tre mesi di agenti esterni. Il secondo, come detto, era invece una sorta di fiore nel deserto, stranamente privo di degradazione proteica. Puro, perfetto. C’è un però: l’assenza del Dna mitocondriale nella traccia riferibile a Ignoto 1. Il Dna mitocondriale presente, infatti, oltre quello della vittima è quello di qualcun altro, di cui però non si conosce l’identità».
Il Dna mitocondriale però conta poco per il riconoscimento.
«No, purtroppo è questo che non si riesce a far capire. È un elemento fondamentale. Ho fatto questo esempio in aula: facciamo finta che si stia parlando di una rapina in banca, le telecamere inquadrano il rapinatore che entra col volto scoperto, pistola alla mano, e si vede benissimo il viso. È lui. Poi una seconda telecamera inquadra la nuca del rapinatore, ed è completamente diversa. Com’è possibile? Il viso non corrisponde alla nuca. Qualcosa non va, qualcuno ha sbagliato. Questo è quello che si è verificato. Il Dna nucleare, che è quello che si usa per le identificazioni, è il viso con mille particolari, il mitocondriale è invece la nuca, che può dirmi qualcosa ma non tutto. Però il mitocondriale deve combaciare perfettamente con il nucleare, se non combacia c’è un errore».
Come se lo spiega?
«Non so. In natura, se io tocco una persona, se io tocco lei, cosa trasferisco? Solo il nucleare o tutto quanto? Tutto. E se andiamo ad analizzarlo, possibile che non si trovi il mio Dna mitocondriale? Anzi, che non si trovi il mio ma quello di un altro soggetto? Perché questo è il caso di specie. Il mitocondriale di Yara è stato trovato, non è sparito. Ed era lì sicuramente da tre mesi, non si è degradato. Invece di Ignoto 1 non l’hanno trovato, hanno trovato un altro Dna mitocondriale, che non si sa di chi sia. Il nodo processuale è tutto qui. Ma non è un cavillo, è una questione tecnico-scientifica di fondamentale importanza».
Perché non si è ripetuto il test allora?
«Ecco, questo è il punto. Il nodo processuale. È lo stesso imputato che sta chiedendo di rifare questi esami».
È possibile ripeterli?
«Certo, ci sono ancora dei campioni, il Dna era molto. È stato detto anche in udienza che ci sono. Bossetti lo ha chiesto: “Non è possibile che ci sia io lì dentro, non l’ho mai vista questa ragazza, non l’ho mai toccata, ripetiamo i test”. Io ho passato ore con lui in carcere e gli ho detto: “Massimo sei sicuro? Guarda che se noi chiediamo questa cosa e ce la concedono e viene fuori che sei tu, è finita”. Ma lui è stato irremovibile. Perché allora non concedergli un nuovo test? Credo sia il primo processo in Italia dove una richiesta dell’imputato di questo tipo non venga accolta».
Con che motivazione è stata respinta la vostra richiesta?
«È stata ritenuta superflua. Il problema è che il risultato è stato ottenuto con tutte le criticità che abbiamo detto. Il punto di civiltà giuridica, il punto di diritto: è questo su cui bisogna insistere. Non è possibile che sia l’imputato a chiederti di rifare il test che lo ha condannato all’ergastolo e tu non glielo concedi».
Lei dunque ritiene che quel Dna non sia quello di Bossetti?
«Non è il suo. Non ci dimentichiamo che tutti noi siamo uguali al novantanove percento. Ci giochiamo la differenza fra me, lei e gli altri in un misero un percento. Lo stesso vale per il collegamento tra Bossetti e Guerinoni, da cui si è risaliti a Massimo. Capisce che se si sbaglia ad analizzare quell’uno percento cambia tutto, cambia la persona».
E resta il problema della differenza tra nucleare e mitocondriale.
«Una differenza che non ci deve essere, che non può esistere. Infatti la spiegazione di come sia possibile questa cosa nessuno l’ha data. Se anche ci fosse una possibilità su un miliardo in natura che accada una cosa del genere, me lo devi dimostrare, altrimenti stai condannando un uomo all’ergastolo sulla base di un elemento incerto. In questo Dna ci sono più anomalie che nucleotidi, che sono gli elementi alla sua base».
Sulla stampa il messaggio che è arrivato è stato diverso. Qual è il suo giudizio sul modo in cui l’informazione ha trattato il processo?
«La stampa, a parte qualche caso isolatissimo, si è appiattita sulle posizioni della Procura. La mia è una critica alla stampa in generale. L’informazione è una cosa molto seria, molto delicata. Fare cronaca significa dire le cose come stanno davvero, non distorcere la realtà. Perché ciò che scrivono i giornali e che dicono le televisioni, arriva ai giudici. Sono umani anche loro».
Si riferisce al famoso video del furgone?
«Quel filmato ha fatto dei danni pazzeschi. Guarda caso il Dna di Ignoto 1 è il Dna di Bossetti, lo stesso che girava intorno alla palestra. Beh, allora è lui. È chiaro che nell’opinione pubblica si rafforza questa convinzione. Poi però, se andiamo a misurare il passo del furgone nel filmato con quello di Bossetti, viene fuori che è diverso. E togliamo l’ipotesi che Bossetti fosse lì. In questo processo si è piegata la realtà per far tornare tutto, ma non torna niente».
Lei stesso però è sceso spesso sul ring mediatico.
«Io ho subito detto che i processi si fanno in Tribunale. Sin dal primo giorno. Ma alla fine sono stato costretto ad espormi per cercare di tappare le falle e le voragini aperte dalla Procura. Le sembra normale che venissero pubblicati degli atti coperti da segreto istruttorio? Io ho avuto il fascicolo processuale, le famose sessantamila pagine, dopo alcuni giornalisti. Come è possibile che in un processo dove vige il segreto istruttorio, dove in fase di indagine le cose non dovevano sapersi, sono state sbandierate in televisione e sui giornali? Sono stato costretto ad espormi e dire: “Guardate che stanno dicendo delle cose che non sono corrette”. Qui si è cercato di demolire l’uomo, demolire tutto ciò che gravitava intorno a lui, alla sua famiglia, ai suoi affetti. Perché non si è aspettato il processo? Poi però, in aula, le televisioni non sono state ammesse. Vi posso assicurare che se ci fossero state le telecamere, sarebbe cambiata da così a così l’opinione pubblica. Il fatto degli amanti della moglie, ad esempio, che senso aveva se non quello di demolire Bossetti?».
Perché dimostra possibili tensioni tra Bossetti e la moglie, ipotizzo.
«Ok, ma allora mi deve dimostrare anche, qualora questa storia fosse vera, che lui sapesse di questi amanti. E poi, dove sta scritto che un uomo in crisi matrimoniale passa da sua moglie a una tredicenne? Qual è la logica?».
Nessuna.
«Le racconto un aneddoto avvenuto durante uno degli interrogatori. A Bossetti, dopo alcune domande, viene chiesto: “Lei lo sa che non è figlio di Giovanni Bossetti?”. Massimo rimane spiazzato. È un uomo arrestato per un omicidio e gli viene data una mazzata psicologica di questo tipo. Non paghi, mezzora dopo gli dicono: “Sua moglie ha l’amante”, e tirano fuori le presunte fatture dei motel. Lui si dispera, ma accusano anche lui di tradire la moglie. Bossetti nega e loro gli mostrano un bigliettino con scritto dei nomi di donna e dei numeri di telefono. A quel punto Massimo ha fatto un mezzo sorriso e ha spiegato che, togliendo le prime e le ultime cifre di quei numeri, venivano fuori alcuni codici che non si ricordava a memoria, tipo il pin del bancomat. Cioè, questi non avevano neppure provato a chiamarle questa fantomatiche amanti».
Sta dicendo che le indagini sono state approssimative?
«Io posso solo dire che in questo processo sono successe cose pazzesche. L’ho urlato in udienza e non ho timore di ripeterlo. Abbiamo sentito degli alti ufficiali dei carabinieri venire in aula a dire cose contraddette da altre risultanze. Le faccio un esempio: uno degli elementi fondamentali era capire se Yara fosse realmente morta in quel campo di Chignolo o se fosse stata portata lì successivamente. È evidente che questo elemento cambia tutto. Ciò che legava Yara a quel campo era il fatto che il cadavere stringesse nella mano destra degli arbusti. Un colonnello testimoniò e disse di aver visto con i suoi occhi il fatto che gli arbusti fossero radicati al suolo. Dunque Yara era per forza morta lì. Poche udienze dopo ha invece parlato il medico legale. A precisa domanda sulla questione della presidente, dottoressa Bertoja, la professoressa Cattaneo ha risposto: “No, gli arbusti non erano radicati al suolo”. Quindi Yara potrebbe non essere morta lì. E, se così fosse, l’accusa mi deve anche dire dove è morta. Chi sta dicendo la verità e chi sta mentendo? Tutto questo è successo, è nei verbali di udienza. Come è nei verbali di udienza la questione del video del furgoncino di Bossetti: un colonnello dei carabinieri, comandante dei Ris, che ammette che quel video è stato realizzato di comune accordo con la Procura per esigenze di comunicazione. Perché è successo tutto questo? La risposta non la so, ma i fatti sono oggettivi».
C’è anche la questione delle ricerche sul computer…
«Un’altra grandissima bufala che ha condizionato l’opinione pubblica. Hanno descritto questo omicidio come un delitto a sfondo sessuale, quindi ci voleva un assassino con un profilo ben preciso. Chi è pedofilo non è pedofilo una volta nella vita e basta. Serviva qualcosa che dimostrasse che Bossetti aveva quel profilo. Ma nel suo computer non hanno trovato niente. Zero. Però è stato fatto passare il contrario. Le ricerche che più si possono avvicinare a quel mondo, inoltre, sono presto spiegate. Bossetti e la moglie hanno ammesso che, talvolta, guardavano insieme siti per adulti. Così come Marita ha ammesso di aver fatto lei stessa delle ricerche pornografiche. Poi mi son pure fatto una certa cultura: il termine “teen”, ad esempio, è una delle categorie più cliccate nel porno, ma non vuol dire che si cerchino delle minorenni. Vuol dire giovani, non minorenni. La famosa ricerca “tredicenni”, invece, ha dichiarato di averla fatta il figlio maggiore, che all’epoca aveva quell’età. Quindi non ci sono ricerche pedopornografiche, anche perché se ci fosse stata la detenzione di un solo fotogramma di qualcosa di pedopornografico gli avrebbero contestato anche quel reato giustamente. Cosa che invece non è avvenuta».
Ha parlato di profilo dell’assassino. Qual è invece il profilo di Bossetti? Che tipo è?
«È un muratore bergamasco, una persona molto ingenua. È un tipo diretto, ti dice le cose di impulso, istintivamente. È uno sincero. Gli hanno rivoltato la vita come un calzino per trovarci qualcosa. Non hanno trovato niente, zero. In otto anni sarà uscito otto volte. La sua vita era la famiglia».
Un fatto strano è che non si sia mai riusciti a trovare punti di contatto tra la vita di Yara e quella di Bossetti.
«Perché non ce n’erano. Nessuno ha potuto dire che li ha visti anche una sola volta insieme, che si conoscevano. Non c’è una foto, un messaggio, una chat WhatsApp, un contatto sui social network».
È stato dato molto peso alla frequentazione di Bossetti del solarium di Brembate Sopra.
«Ci andava, si faceva la sua lampada, pagava e usciva. È un delitto? Anche in questa cosa è stata data enfasi a elementi assolutamente secondari. Uno che va a farsi una lampada vuol dire che diventa un pedofilo assassino? Non credo».
Però è un bugiardo. Lo chiamavano “Il Favola”.
«No, assolutamente. Lei si riferisce alla storia del tumore inventato sul posto di lavoro, giusto? Bene, quell’episodio spiega perfettamente chi è Bossetti. Durante l’udienza in cui si è parlato di questa vicenda, lui ha alzato la mano e, in totale spontaneità, ha detto: “Io sono mortificato, ho fatto una cosa bruttissima raccontando quella bugia, ma l’ho fatto perché non venivo pagato”. E io lo so, visto che quando è stato arrestato non riceveva lo stipendio da sei mesi. Si era inventato una storia che gli permettesse di cercarsi un altro lavoro per tirare avanti. Cosa dava altrimenti da mangiare ai figli, la sabbia, i forati e il cemento? In un minuto, spiegando la cosa, ha chiuso l’argomento in maniera credibilissima, tanto è vero che non è stato neanche ripreso in sentenza. Si tratta soltanto dell’ennesimo elemento di questo processo che è stato raccontato in malafede».
Perché, secondo lei?
«Qui si è preso un punto di partenza, un punto di arrivo e poi gli si è costruita la storia in mezzo».
Ma perché Bossetti?
«Mi sta chiedendo se lo hanno voluto incastrare?».
Lei lo pensa?
«Non lo so. Ho delle mie convinzioni che però non dico a nessuno perché al momento non sono supportate da prove. Quello che posso dire è che, processualmente, gli elementi che sono stati raccolti contro Bossetti non sono assolutamente concordanti, non si incastrano, e l’unico elemento che c’è, il Dna, è altamente critico. Questa è una storia senza storia. Non c’è il movente, non c’è l’arma del delitto, non c’è niente. Lo stesso pubblico ministero ha dovuto alzare le mani e dire: “Io non sono in grado di ricostruire la dinamica”. Com’è avvenuto l’omicidio? Killer e vittima si conoscevano o non si conoscevano? Yara è salita volontariamente su quel furgone o è stata rapita?».
Quindi per lei le accuse a Bossetti non sono casuali.
«C’è la possibilità che non lo siano. Ma c’è anche la possibilità che sia stato veramente un caso, perché se avessero voluto individuare proprio Bossetti ci avrebbero impiegato una settimana».
E come?
«Bossetti col suo furgone passava di lì, non ci voleva tanto a incrociare i dati di cui erano in possesso. Una settimana gli bastava».
Quali saranno i prossimi passaggi processuali?
«Attendiamo che venga fissato il processo d’Appello. E speriamo che possa essere concessa la perizia sul Dna, perché credo che sia un principio di civiltà giuridica. Con la perizia sono certo che si possa arrivare all’assoluzione».
Bossetti come sta?
«Alterna momenti di incredibile forza, in cui vuole lottare fino in fondo, ad altri di grande depressione, come è facilmente immaginabile».
E lei è fiducioso?
«Non posso che esserlo, altrimenti dovrei cambiare lavoro. Significherebbe non credere nella giustizia».
Il processo di primo grado ha messo a dura prova la sua fiducia nella giustizia?
«Sì, perché quando entri in certi meccanismi ti accorgi che c’è un qualcosa di più grande. Io credo che in un processo normale, senza tutto questo clamore, l’imputato sarebbe già stato assolto. Certo, stiamo parlando di un assassinio; chiaro che emotivamente colpisce il fatto che sia stata uccisa una bambina. Però non è tollerabile la disparità di trattamento che è stata riservata a Bossetti rispetto ad altri imputati. Per questo credo che, soprattutto in Cassazione, non possa passare il principio giuridico passato in primo grado, dove il Dna, per di più con tutte le sue criticità di specie, rappresenta un timbro di colpevolezza assoluto. Se così fosse, allora bisognerebbe cambiare il codice e dire che quando c’è il Dna non lo facciamo neanche il processo perché non puoi dimostrare il contrario».
Qual è il suo timore?
«Che non si stia cercando la verità».

http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2017/07/17/yara-bossetti-poteva-essere-figlia-di-tutti-noi_cfdb59a9-8d5c-4917-ab1e-db19c41fa331.html
http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12434115/massimo-bossetti-sarbit-kaur-ragazza-scomparsa-trovata-morta-lo-puo-scagionare.html


sabato 8 luglio 2017

LA CORAZZATA POTEMKIN NON E' UNA CAGATA PAZZESCA... cit. Paolo Villaggio



La corazzata Potemkin NON è una cagata pazzesca.
cit. Paolo Villaggio


Un saluto affettuoso a Paolo Villaggio ed un omaggio al grande comico che negli anni 70 scrisse ed interpretò meravigliose pagine di costume.
Per onestà intellettuale devo dire che si perse per strada e che avrebbe potuto evitare gli ultimi terrificanti Fantozzi ed altre schifezze ritirandosi prima a vita privata, comunque i primi 2 film firmati dal grande Salce, il Fracchia con Agus ed alcuni episodi rimangono pietre miliari del cinema comico italiano.
In Villaggio amo la visione che ebbe soprattutto agli inizi quando sfotteva il potere ed i radical-chic comprendendo perfettamente quale sarebbe stata la nemesi della sinistra italiana.
Villaggio amava il cinema d'autore, come lo stesso Salce e la satira meravigliosa sul maestro Eisenstein e sulla "Korazzata Kotionki" rappresentava proprio questo paradigma.
Rappresentava la cattiva coscienza di un certo sinistrismo che sarebbe poi trasmutato nel peggior liberismo, nello scientismo, nel citazionismo di un certo mondo già allora in forte decadenza.
Rappresentava la mediocrità di una certa classe culturale e politica che, oggi come allora, sfruttava i saperi per declinarli in termini dogmatici e reazionari.
La grande storica gag sulla corazzata Potemkin non era affatto contro il valore rivoluzionario dell'opera filmica, ANZI, era contro lo sfruttamento, diremmo oggi boldrinista, di un certo paradigma di regime.
Villaggio riportava anarchicamente ed adogmaticamente la forma pensiero rivoluzionaria proprio denunciando un certo stile di un certo ambiente aristofreak, MALE ASSOLUTO e peccato originale dei mali d'Italia e della morte della sinistra, che si beava religiosamente dell'erudizione e non della cultura.
In questo una vera opera di sinistra, anarchica e rivoluzionaria, come giustamente asserì lo stesso DE' ANDRE' in un'intervista negli anni 70.
Inoltre nella presa di coscienza della CAGATA PAZZESCA, Villaggio metteva in scena proprio una rivoluzione contro i quadri dirigenti aziendali, mostrava come ribellarsi ad infami intellettualoidi cinefili messi al potere e più borghesi e fascisti di quello che falsamente denunciavano con le loro obbligatorie proiezioni "colte e de sinistra".


Un'altra tappa del risveglio della coscienza di classe, anche Fantozzi poteva esercitarla, e per osmosi tutti quanti i piccoli borghesi italici. Questa fase è ben rappresentata ironicamente dall'incontro con l'eretico Compagno Folagra, anche lui ovviamente intriso di cliché, che lo illumina sulla vi di Damasco e gli fa comprendere come sia stato sempre sfruttato e preso in giro dal padronato.
Come non ricordare Dottor Jekill e gentile signora quando davanti ad una lavagna spiegava con parole semplici i meccanismi dello schema del potere liberista agli studenti ignari.
Grazie Paoo Villaggio, che la nuvola di Ugo Fantozzi sia la tua casa celeste.



giovedì 29 giugno 2017

MOLOCH IL SIGNORE DEL FUOCO


La lunga storia di Moloch, Signore del fuoco
di Anna MB 

Avanzavano lentamente [i fanciulli], e , poiché il fumo che s’innalzava dal rogo formava alti vortici, così, visti da lontano, parevano svanire dentro una nube.
Nessuno di loro si muoveva, poiché erano legati ai polsi e alle caviglie; il velo nero che li avvolgeva impediva loro di vedere e alla folla di riconoscerli» (Gustave Flaubert, Salammbô, 1862). 
Ad uno ad uno, i bambini cadevano tra le braccia della statua raffigurante il terribile dio, nel fuoco.


Moloch raffigurato in The Union Bible Dictionary, Philadelphia-New York 1837, via Internet Archive.

Tra Israele e Cartagine:
L’ipotesi che presso i cartaginesi si operasse l’immolazione di bambini in onore del dio Moloch è stata ampiamente diffusa da tutto un filone letterario – dalla polemica anticartaginese delle fonti classiche alla narrativa contemporanea. Alla luce degli studi, tuttavia, e di recenti risultanze archeologiche e indagini mediche, si è costretti a rimettere in discussione che si siano mai verificati riti cruenti nonché l’esistenza dello stesso Moloch.
Vi sono due tipi di testimonianze: le fonti orientali (bibliche), principalmente letterarie, di ambiente siro-palestinese e la documentazione archeologica ed epigrafica occidentale (punica); tra le due, l'unica relazione è costituita da un nome ricorrente, mlk, che negli studi biblici è stato interpretato come il nome di un dio cui venivano tributati sacrifici umani di «figli e figlie» attraverso un «passaggio per il fuoco», finché la scoperta delle stesse consonanti nel mondo punico ha obbligato a rimettere in discussione la stessa lettura del mlk biblico come nome divino.

Le fonti:
Nel celebre passo tratto da Salammbô si descrive un rito per placare l’ira degli dèi e riuscire a esorcizzare la distruzione della città: il Consiglio degli anziani e il sacerdote di Moloch ottengono il consenso da parte della comunità a immolare i propri figli per «placare l'appetito del dio». Flaubert traspone nel romanzo una informazione che era nota attraverso le fonti classiche e, per certi versi, dall’Antico Testamento. 
Tra i riferimenti al dio fenicio nell’AT: «Non darai i tuoi figli perché vengano offerti a Moloch» (Lev, 18,21); «Chiunque tra gli Israeliti o tra i forestieri che soggiornano in Israele darà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte» (Lev, 20,2); «E costruirono le alture di Baal nella valle di ben-Hinnòn per far passare per il fuoco i loro figli e le loro figlie in onore di Moloch» (Ger, 32,35); «Giosia profanò il Tofet, che si trovava nella valle di ben-Hinnòn, perché nessuno vi facesse passare ancora il proprio figlio o la propria figlia per il fuoco in onore di Moloch» (2Re, 23,10). A una pratica sacrificale cruenta dove le vittime erano bambini si può inoltre riferire il passo di 2Re, 3,27, quando il re Moab, assediato, offre il suo primogenito «in olocausto».
Tra le fonti classiche, la principale è offerta da Diodoro Siculo il quale, presentando il dio di Cartagine nella veste greca di Kronos (che nel mito esiodeo divora i suoi figli), aprì senz’altro la strada a un’interpretazione cruenta del rito punico.
I cartaginesi avevano una statua bronzea di Kronos, con le mani tese e piegate verso terra, con la palma volta in alto, di modo che il fanciullo che vi veniva posato sopra rotolava, precipitando in un baratro pieno di fuoco (XX, 14).
Dal Seicento fino almeno alla fine dell’Ottocento, con le analisi di Wolf Wilhelm Baudissin (Jahwe et Moloch: sive de ratione inter deum Israelitarum et Molochum intercedente, Leipzig 1874), la tendenza prevalente degli studi era di ammettere che il culto di Moloch fosse una forma di sacrificio umano praticato nella fase più antica della storia di Israele, ai tempi dei Patriarchi e di Mosè, fino alla riforma di Giosia che pose le basi per una “ortodossia yahwista” e per una progressiva differenziazione di Jahweh da Moloch. 
Con Bauddisin, invece, si fa strada l’ipotesi che l’origine di Moloch e del suo culto potesse avere radici estranee all’area – pure semitica – di Israele, orientandosi piuttosto verso quella fenicia: la radice mlk sarebbe infatti, secondo lo storico delle religioni, alla base di molti nomi divini di quell’area, tra cui Melqart di Tiro; per Melqart, dai greci identificato con Herakles, si celebrava a Tiro fin dall’epoca più antica una vera e propria festa di resurrezione. Eroe culturale e fondatore, antenato tutelare della città di Tiro e dei suoi traffici, Melqart era detto anche “signore del fuoco”, poiché il mito riporta la sua morte cruenta tra le fiamme di una pira.

La connessione con l’area fenicia sarebbe attestata anche da alcune fonti classiche come Filone di Biblo, il quale a sua volta si avvale di testimonianze più antiche (in particolare Eusebio, Praeparatio evangelica, I, 10,45; IV, 16,11): «[in caso di pericolo] i capi della città votavano al sacrificio i più cari dei loro figli come riscatto per i demoni vendicatori. Quelli che erano prescelti venivano sgozzati nel corso di cerimonie misteriose». Come per la vicenda di re Moab, tuttavia, manca il riferimento al “passaggio per il fuoco” e si tratteggia semmai un rito eseguito in caso di estrema crisi della comunità, perciò eccezionale e occasionale.


Gli scavi:
tra Otto e Novecento proseguono gli studi e si continua a indagare su una connessione tra il culto di Moloch e pratiche di riti cruenti nell’antica Israele, per dedurne (in maniera che si rivelerà del tutto errata) che Moloch, e addirittura l’ugaritico Baal, fosse un nome alternativo di Jahweh. Dagli anni Venti del XX secolo sarà l’archeologia a fare luce sulla questione: e mentre gli scavi in Palestina non riportano nessuna traccia di sacrifici umani, più fruttuosi sono quelli a Cartagine, nell’Africa settentrionale, dove già erano state riportate alla luce steli votive in pietra recanti dediche a Tanit e a Baal Hammon.
Nel 1921 si scopre l’area da cui le steli provengono: un santuario a cielo aperto nel quale, una affianco all’altra, vengono ritrovate migliaia di urne contenenti ossa bruciate di bambini; quest’area per reminiscenza biblica verrà chiamata tofet. 
In seguito alle scoperte archeologiche e agli studi epigrafici condotti sulle stele votive, si arriva a mettere in relazione la radice semitica mlk (vocalizzato, probabilmente, in molk), riscontrata nei passi biblici e che le traduzioni antiche rendono con “Moloch”, con il vocabolo mlk presente in molte iscrizioni sulle steli cartaginesi: mlk non designerebbe un dio, bensì il rito stesso, con l’indubbio significato di “offerta”. 
Una scoperta rivoluzionaria, che metteva in discussione non solo le conoscenze sulla cultura fenicio-punica, ma anche l’immensa mole degli studi biblici: Moloch non sarebbe mai esistito.
L’ipotesi, formulata per la prima volta da Otto Eissfeldt nel 1935 (Molk als Opferbegriff im Punischen und Hebräischen und das Ende des Gottes Moloch), fu favorevolmente accolta dai biblisti i quali, già intenti ad avvalorare l’ipotesi di un’origine straniera del crudele dio, furono ben disposti ad accettarne l’estraneità rispetto alla Palestina, ma non altrettanto convinti erano gli studiosi dell’area fenicia orientale: se il mlk delle steli puniche designava il rituale piuttosto che il suo destinatario divino, ciò non toglie che i nomi di alcune divinità siro-palestinesi sono effettivamente composti dalla radice mlk, “regnare”, tra cui lo ctonio Malik, che ebbe parte notevole nel culto popolare di Ebla (seconda metà del III millennio), a Mari (prima metà del II millennio) e a Ugarit (seconda metà del II millennio).

Rimanevano inoltre irrisolti altri interrogativi. Se infatti la radice mlk designava, tanto nelle steli puniche quanto nei passi biblici, un’offerta piuttosto che una divinità, alcuni brani ritradotti secondo la nuova interpretazione non avevano più senso, come in Lev, 20,5, in cui Yahweh dice: «strapperò di mezzo al popolo lui e tutti i traviati che dietro a lui si prostituiscono a Moloch», dovendosi supporre che del presunto fraintendimento fossero responsabili più autori e traduttori che pure dovevano avere gli strumenti linguistici per conoscere il vero significato del termine. Cadeva definitivamente, invece, l’identificazione Moloch-Yahweh, soprattutto sulla base della diversa locazione dei rispettivi culti: nella valle di ben-Hinnòn il primo (o Ennon, da cui il termine Gehenna, l’“inferno” di fuoco e zolfo) e al tempio di Gerusalemme il secondo.
Restavano inoltre da spiegare altri dati, ricavati dagli scavi archeologici: a Cartagine come a Mozia (Sicilia) e a Sulcis (Sardegna) esistevano dei recinti a cielo aperto che ospitavano migliaia di urne contenenti ossa di bambini, soprattutto appena nati o in stadio ancora fetale. Una pratica, quella dell’infanticidio sistematico, che, se confermata, sarebbe davvero unica nel contesto delle religioni vicino-orientali e delle culture mediterranee.

Il rito e gli dèi:
I tofet sono aree delimitate da recinzioni, poste fuori dall’abitato e sorte – tranne una sola eccezione – su terreno vergine e, a differenza delle necropoli, ve ne era uno solo per ogni città. Il più grande e importante è senz’altro quello dedicato alla dea Tanit “volto di Baal”, a Cartagine. Le urne contengono ossa incenerite di bambini per lo più neonati o di età prenatale, bruciati in un rogo insieme a piante resinose e a volte piccoli animali: i tofet sarebbero quindi i cimiteri dei bambini, le cui sepolture compaiono in numero scarso nelle normali necropoli. Ma si trattava veramente di infanticidio di massa? E inoltre, se la posizione dei corpi e la presenza di un rogo fanno escludere che i tofet fossero semplici necropoli infantili, ma un luogo in cui si celebrava un rito, di quale rituale si trattava?
Al primo problema sono state date diverse risposte. 
Il numero ingente di urne cinerarie farebbe pensare a un rituale sistematico, protratto nel tempo, e non occasionale ed eccezionale come testimoniato dalle fonti antiche. Nell’area vicino-orientale, in particolare mesopotamica e siro-palestinese, dal III millennio in poi è attestato un culto al dio Malik che aveva caratteristiche legate all’oltretomba ed era connesso con gli spiriti dell’aldilà chiamati rpum nei testi di Ebla e Mari, ma la tesi del sacrificio umano non è più sostenibile dagli anni Sessanta del Novecento, quando cioè è stato possibile integrare conoscenze storiche, epigrafiche e archeologiche con gli strumenti della scienza medica e dell’antropometria, in particolare le analisi delle ossa. Già nel 1950 il Rohn, dell’Istituto di Medicina legale di Lille, dimostrava che le ossa umane presenti nelle urne appartenevano a individui la cui età varia dai cinque mesi di vita intrauterina a poche settimane dopo la nascita. Negli anni Ottanta nuove indagini mediche lo confermano: si tratterebbe – per quanto rimanga difficile un giudizio sulla base di dati statistici – di individui che non hanno raggiunto i nove mesi di vita prenatale o al massimo di due mesi dopo la nascita e i bambini, neonati o feti, erano già morti al momento dell’incenerimento. Se non di un’immolazione, resta da capire ancora che tipo di rito fosse.

Conclusioni:
La connessione tra mondo biblico e quello punico sorgeva quindi dalla analogia del rito: nel primo la consacrazione sacrificale – eccezionale e sporadica –, nel secondo la presunta uccisione sistematica di migliaia di bambini. In entrambi i casi, elemento comune è il fuoco. 
Non convince più nemmeno la testimonianza (tardiva) dei classici (Diodoro Siculo e Filone di Biblo), verosimilmente già impegnati in una “campagna anticartaginese”, tenendo anche conto del fatto che gli autori più antichi (Erodoto, Tucidide, Polibio, Livio) non riportano alcuna notizia al riguardo. Si tenga conto, infine, della connessione con il mondo fenicio dove, soprattutto nell’area siro-palestinese prossima a quella ebraica, si celebrava un dio Malik cui probabilmente venivano offerti sacrifici umani, ma limitati.
Le recenti analisi osteografiche hanno poi rilevato che i bambini sepolti nei tofet dovevano essere già morti di morte naturale prima di essere bruciati, e non uccisi in un rito collettivo.
Va aggiunto che il motivo della morte nel fuoco doveva avere, nel mondo fenicio-punico, un significato specifico, immortalante: il generale Amilcare, comandante dell’esercito cartaginese nella battaglia di Imera, sconfitto si gettò nel rogo insieme alle vittime offerte agli dèi; e ancora Sofonisba, moglie di Asdrubale, che guidò l’ultima resistenza cartaginese contro i romani, morì suicida con i figli nel tempio di Eshmun. 
Nello stesso mito di fondazione di Cartagine (lo riporta anche Virgilio nell’Eneide) la regina Elissa/Didone muore suicida sulla pira, quando vede Enea allontanarsi per sempre. 
Il rituale del fuoco, nel caso dei tofet, potrebbe essere quindi servito a giustificare la morte prematura dei piccoli protagonisti e a destinarli a una sopravvivenza “accettabile” nell’aldilà, passando attraverso il fuoco.

Il “demone” Moloch:
Il Livre Rouge, la cui prima edizione conosciuta reca la data 1940, è una raccolta di invocazioni agli Spiriti infernali comuni alla tradizione ebraica, cristiana e islamica, attribuito con quasi assoluta certezza a Jacques Dourcet-Valmore, bibliotecario archivista della provincia di Tolosa in Francia. Nella Seconda schiera demoniaca, comprendente i Principi dell’Inferno, è nominato Moloch, “Principe delle Lacrime”.
A cavallo delle due guerre mondiali l’antico Moloch veniva dunque recuperato a un orizzonte magico-occultistico in funzione di un “organigramma infernale” a cui prendevano parte diverse divinità pre o extracristiane della più diversa provenienza. Ecco la sua descrizione secondo il Libro Rosso:
Viene scarsamente evocato, a causa del grande tributo di vite innocenti che richiede in cambio dei suoi servigi. Al posto dei bambini, per calmarlo gli si può offrire il pianto delle madri, provocato con qualsiasi mezzo. L’aspetto di Moloch è quello di un uomo alto e potente, con la testa di vitello sormontata da una corona d’oro; i suoi poteri sono grandissimi, ma, curiosamente, la sua crudeltà sovente lo fa cadere nella stupidità più bestiale.E questa è l’evocazione:
Grande Moloch, / grande Moloch, / tu che muggisci nella notte, / coperto da tanti moncherini! / Grande Moloch, grande Moloch, / tu che ridi beffardo nella fiamma, / al sordo crepitare delle rie ossa! / Io ti impongo di apparirmi: vieni, vieni!Quel che rimane sono dubbi e lacune, poche le certezze. E, sebbene un “problema di coscienza” ci impedisca di attribuire a una cultura così vicina alla nostra un eccidio di infanti che non trova giustificazioni, resta, terribilmente suggestiva, l’immagine della statua di un dio sanguinario «dalle cui braccia scendevano nel fuoco i piccoli corpi innocenti dei fanciulli sacrificati».

Riferimenti
S. Moscati, Gli adoratori di Moloch: indagine su un celebre rito cartaginese, Jaca Book, Milano 1991.
P. Xella (a cura di), Archeologia dell’inferno, Essedue Edizioni, Verona 1987.
Il Libro Rosso, Fanucci, Roma 1987Questo articolo è tratto da una pubblicazione (a mia firma) sulla rivista “Tales of Safarà”, n. 4, gennaio 2007, dell’ass. cult. Safarà, Laboratorio di Nuovi studi antropologici.




lunedì 26 giugno 2017

UN GRANDE PRATO VERDE DOVE NASCONO SPERANZE... cit.


C'è un grande prato verde
dove nascono speranze
che si chiamano ragazzi
Quello è il grande prato dell'amore
Uno: non tradirli mai,
han fede in te.
Due: non li deludere,
credono in te.
Tre: non farli piangere,
vivono in te.
Quattro: non li abbandonare,
ti mancheranno.
Quando avrai le mani stanche tutto lascerai,
per le cose belle
ti ringrazieranno,
soffriranno per gli errori tuoi...



Era destino finisse male, era diventato troppo scomodo, conosceva troppi vip, aveva il cellulare pieno di immagini compromettenti di attori e personaggi dello spettacolo, faceva comodo a molti che togliesse il disturbo, avrebbe dovuto parlare e svuotare il sacco, avrebbe avuto l'udienza il giorno successivo alla sua morte. Sono pure convinto che l'unico vip uscito sulle cronache e dal suo telefono, nulla c'entri con questa brutta vicenda e che siano altri coloro che realmente ci guadagneranno dalla sua uscita di scena per via della sua ingombrante presenza. Certo che questa tragedia è una manna dal cielo per tutti coloro che avrebbero dovuto temere qualcosa da questa udienza, fosse anche per un ritorno di immagine negativo, per non dire di peggio. E succede proprio ora, dopo che lo psichiatra che seguiva Marco aveva affermato che non rilevava nessuna volontà suicida, anzi, Marco avrebbe voluto confessare fatti e circostanze che avrebbero allargato l'indagine ed il processo.
Un processo ed una sentenza che vede i soliti capri espiatori come unici colpevoli in pieno stile gogna medievale, ora tutti saranno contenti o quasi, Marco si è suicidato e Manuel ha preso 30 anni.
Ufficialmente suicidato con un sacchetto di plastica, articolo che non dovrebbe trovarsi in carcere il giorno prima dell'udienza del processo, e dopo aver comunicato che avrebbe dovuto rivelare fatti importanti sui terribili fatti accaduti, il tutto con l'ausilio del fornellino a gas, quello che comunemente si usa in carcere per cucinare.
Nessuno però si è soffermato sul fatto che una persona, classificata come a rischio ed in vista di un importante processo, che per protocollo doveva essere monitorata nella sua cella sulle 24h, si sia potuta suicidare così facilmente senza essere neanche notata dal vicino di letto in una stanza di 5 mq. Il tutto è abbastanza surreale e ridicolo, non tornano troppe cose, qualcuno dovrà pur pagare per la voluta disattenzione del detenuto, no???
E' il classico capro espiatorio che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato, in ambienti fatti di coca e festini a base di sesso, frequentato da vip, certi ambienti decadenti romani, ambienti televisivi, alcuni militari, politici ed attori.
Il famoso 3°uomo (probabilmente c'erano anche un 4° ed un 5°, presenti sulla scena del delitto, magari personaggi non noti ed oscuri poi scomparsi dalle cronache) è diventato un fantasma, ora potrà smettere di nascondersi chiunque sia, è tutto finito, perfino il suo imbarazzo, ma forse lo scopo era incolpare due ragazzi di fatti commessi da altre persone e per altri motivi, forse sono anche loro vittime di un meccanismo ancora più grande, una sorta di macchina rituale che battezza i suoi corpi sacrificali in nome di un Moloch di antica fattura...
Ci sono troppi interessi dietro, alcune persone non possono essere sputtanate ed i livelli più alti di questa strana operazione rituale individuarono due bersagli facili da incolpare ed una vittima sacrificale perfetta. Sapevano che i ragazzi sarebbero stati facilmente strumentalizzabili, in primis perché facevano anch'essi parte di questi strani mondi, magari come livello più basso, forse solo come PR sessuali di certi ambienti che necessitano un vampiraggio orgiastico per nutrirsi energeticamente.
I due ragazzi erano coloro che beneficiavano delle briciole, avrebbero guadagnato gli "ultimi orgasmi", forse qualche ricatto lo avevano perfino progettato e pensato, magari quelle foto di famosi vip ritratti in imbarazzanti posizioni sessuali e ripresi in atteggiamenti espliciti, sia video che audio, gli avrebbero fruttato qualche soldo, qualche posizione sociale in quella fogna che lo stesso Sorrentino chiamò argutamente "LA GRANDE BELLEZZA", definizione ironica di un mondo decadente fatto di droga, prostituzione e, aggiungo io, "suicidati"...


-Marco Prato, 31 anni, uno dei carnefici di Luca Varani, si è «autocondannato» alla pena di morte. Di notte si è alzato dalla sua branda nel carcere di Velletri, ha aperto il fornellino del gas, lo ha messo in una busta di plastica, poi ha infilato la testa nel sacchetto ben stretto e ha inalato boccate di veleno: la morte è arrivata in silenzio, per asfissia, senza che il compagno di cella si accorgesse di nulla. Inizia il capitolo giudiziario.
Prato e Foffo vengono arrestati. Confessano, ma si rimpallano la responsabilità di quell'ultima coltellata mortale. Cambia poco ai fini della responsabilità penale: il massimo della pena, per entrambi, è una sentenza già scritta.
Foffo opta per il rito abbreviato e viene condannato a 30 anni.
Prato sceglie in rito ordinario. Oggi ci sarebbe stata la prima udienza del processo. Ma l'imputato ha deciso di condannarsi da solo. Lasciandosi morire con la testa in un sacchetto e un biglietto adagiato sulla branda: «Non ce la faccio a reggere l'assedio mediatico che ruota attorno a questa vicenda. Io sono innocente. Su di me sono state dette e scritte tante menzogne». Poi una raccomandazione: «Prima di dire a mio padre che sono morto, fate in modo che accanto a lui ci sia un medico».
Un suicidio con zone d'ombra. Non a caso la procura indaga contro ignoti per istigazione al suicidio, lasciando intendere come la cornice della tragedia possa esser più ampia di ciò che appare. Ma chi è che avrebbe «istigato» Prato a togliersi la vita? Il detenuto dopo essere stato trasferito dal carcere di Regina Coeli a quello di Velletri era caduto in uno stato di prostrazione che forse doveva essere monitorato meglio dai medici della struttura penitenziaria. Secondo l'ultima relazione psichiatrica inviata al Dap (Dipartimento dell' amministrazione penitenziaria) «il soggetto non presentava nessuna volontà suicida». Anche questo un delirio. L'ennesimo.


http://www.ilgiornale.it/news/politica/prato-si-ucciso-carcere-suicidio-tanti-misteri-1411487.html
http://www.iltempo.it/roma-capitale/2016/11/26/news/delitto-varani-de-sica-e-i-carabinieri-1023838/?refresh_ce






martedì 20 giugno 2017

LONDON'S BURNING...


"Interessante la similitudine tra la coniugazione del verbo TO BURN ed il vocabolo BORN, l'interconnessione suggestiva e simbolica tra BRUCIARE e NATO/NASCERE, ovvero tra morte e rinascita. In questo caso la lingua inglese ci vuol mostrare l'arcano?"
cit. Filippo Cazzone

Scia di attentati senza fine a Londra, dai noti camion guidati da candidati manciuriani in preda ai fumi di droghe ed eteropilotati dall'alto, fino ad incendi mostrati come casuali. Una variazione su tema a Manchester durante il concerto di Ariana Grande e ancora Londra...
Ultimo della lista un furgone su fedeli musulmani: un morto ed 8 feriti tra i presenti all'uscita della moschea di Finsbury Park.
Cosa significano questi attentati nel cuore dell'Inghilterra???
Quali messaggi determinate Fratellanze stanno lanciando al mondo politico e dei poteri forti???
Chi sono e quali reparti deviati dei servizi utilizzano per i loro scopi di propaganda occulta???
Un messaggio a certe fazioni conservatrici populiste di non andare troppo fuori strada, avvertimenti anti-Brexit, come per dire "non credeteci troppo, è servita solo come fase politica ed aggiornamento di sistema". Forse uno scontro tra UR-LODGES che si concretizza materialmente in attentati terroristici o falseflag costruite ad hoc.
I luoghi sono simbolici, gli attacchi veicolano linguaggio operativo anche se creano tanta confusione nella popolazione perché saturano il sentimento di paura nelle coscienze, oramai se ne perde il conto, rischiano di dialogare solo "tra LORO" e solo in seconda battuta si declinano come propaganda mediatica, forse proprio quello è lo scopo finale, oppure sono sperimentali tentativi di sparare le ultime munizioni, un goffo tentativo di stare a galla all'interno di un cambiamento che coinvolge anche il vertice od i vertici in questione.
Quello che è certo è che i presunti attentatori islamici sono solamente carne da macello, i candidati preposti ad impostare una novella collaudata ed utile a nascondere ben altro.
Interessante il fatto che entrino in scena, dopo queste sofferte elezioni, anche attentati o presunti tali di terroristi anti-islamici, anch'essi guidati e/o fatti agire liberamente, in maniera identica a quei terroristi che hanno condizionato e ricattato queste elezioni inglesi.
Un messaggio al Partito Nazionalista Scozzese, nel senso che non esca troppo dai binari stabiliti nel suo appoggio al conservatorismo della MAY pro-Brexit, paradigma voluto paradossalmente da poteri nemici ed utile per ricreare una certa bilancia nei poteri forti nazionali e transnazionali, spostando interessi comuni da una parte all'altra, celandosi con vesti antagoniste per affermarsi su altri piani, EQUILIBRI DI SISTEMA 2.0.
E' scientifico che certi attentati accadono proprio in vista di elezioni e/o cambiamenti nell'assetto politico e negli equilibri strategici.
Cui prodest alla causa islamica e musulmana o a chi da questo apparente caos ne può trarre benefici strutturali???



Ripercorriamo gli ultimi fatti fino alla "rivolta" del patriota anti-islamico che vendica e "celebra" la suggestione della "Grande Fratellanza Ariana" conciliando simbolicamente il fuoco sacro della torre in fiamme ed unendo in una comune ed ecumenica preghiera la May ed il suo avversario, gli amici nazionalisti scozzesi, Papa Francesco e la Regina, la Rosa Bianca e la Rosa Rossa, tutti felicemente raccolti intorno al corpo sacrificale popolare ad esercitare il proprio ruolo in campo.

1-L'attentato di Londra del 22 marzo 2017:
L'attacco è iniziato nei pressi del ponte di Westminster ed è proseguito su Parliament Square e in prossimità del Palazzo di Westminster. L'attentatore è stato identificato dalle autorità come Khalid Masood, un uomo di 52 anni, che ha guidato un'auto contro i pedoni sul ponte uccidendo quattro persone e ha poi proseguito in direzione del palazzo, dove, con un coltello, ha colpito un poliziotto disarmato; l'attentatore è stato quindi colpito mortalmente a sua volta da altri agenti di polizia.
L'attentato è avvenuto nel primo anniversario degli attentati di Bruxelles. Si tratta del primo attacco di questo tipo nei pressi del Parlamento inglese dal 1979, quando Airey Neave fu assassinato dall'INLA, e il primo nella città dopo l'attacco alla stazione della metropolitana di Leytonstone nel 2005.

2-L'attentato di Manchester del 22 maggio 2017: 
L'attentato è stato un attacco suicida avvenuto alle 22:33 locali all'Arena di Manchester, in Inghilterra, al termine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande.
L'esplosione ha provocato 23 morti (incluso l'attentatore) e 122 feriti, il che lo rende il peggior attacco avvenuto nel Regno Unito dagli attentati di Londra del 2005.
Il 23 maggio lo Stato Islamico (ISIS) ha rivendicato la responsabilità dell'attentato.
Alle ore 22:33 (ora locale) la struttura è colpita da due esplosioni, precisamente nei pressi della biglietteria, avvertite dal pubblico al suo interno poco dopo la fine della tappa del The Dangerous Woman Tour di Ariana Grande.
L'esplosivo usato è il perossido di acetone, utilizzato anche come esplosivo negli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, negli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles e si ritiene sia stato utilizzato anche negli attentati di Londra del 2005.
23 persone, compreso l'attentatore, sono state uccise e almeno 122 sono rimaste ferite, tra le quali almeno 12 bambini al di sotto dei 16 anni.
L'autore dell'attacco è stato Salman Ramadan Abedi, un ragazzo di 22 anni e terzo di quattro figli di una famiglia libica.
Il premier Theresa May e il capo dell'opposizione Jeremy Corbyn hanno condannato i bombardamenti, mentre la regina ha espresso la sue condoglianze alle famiglie delle vittime. In seguito all'attacco, la campagna per le elezioni generali è stata sospesa da tutti i partiti politici. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha condannato l'attacco con un messaggio pubblicato sui suoi social media.
Numerosi messaggi di solidarietà alle famiglie delle vittime sono stati espressi da decine di Paesi e da molti leader internazionali e religiosi, tra cui: António Guterres, Patricia Scotland, Jean-Claude Juncker, Papa Francesco e dal segretario Generale dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica, Yousef Al-Othaimeen.
Sono state raccolte 10 milioni di sterline e l'intera somma è stata devoluta alla Croce Rossa Britannica.



3-L'attentato di Londra del 3 giugno 2017:
Quello del 3 giugno 2017 è stato il terzo attacco terroristico che ha colpito il Regno Unito, dopo l'attentato di Manchester e l'attentato di Londra del 22 marzo.
Secondo la ricostruzione degli eventi, alle 22.08 (ora locale), 3 uomini a bordo di un furgoncino bianco hanno dapprima investito alcuni passanti che passeggiavano sul London Bridge per poi schiantarsi contro il "Barrowboy and Banker pub". I tre terroristi usciti dalla vettura hanno iniziato ad accoltellare i passanti prima di spostarsi nella zona vicina il Borugh Market, affollata di pub, dove hanno continuato ad aggredire civili. I tre, che indossavano cinture esplosive false, sono stati poi uccisi dalla polizia.
Uno degli attentatori si chiamava Khuram Butt, di 27 anni; era nato in Pakistan, ma risiedeva a Barking, uno dei quartieri periferici di Londra. Era sposato con figli. Il secondo dei tre è Rachid Redouane, 30 anni, anche lui residente nel quartiere di Barking.
Secondo le prime fonti, il terzo attentatore è Youssef Zaghba, un ragazzo italo-marocchino di 22 anni. Sua madre è di nazionalità italiana. Già nel 2016 fu bloccato all'aeroporto di Bologna mentre cercava di prendere un volo diretto per Istanbul. L'attacco è stato rivendicato dall'Isis.



4-L'incendio della Grenfell Tower del 14 Giugno 2017:
L'incendio è un evento catastrofico avvenuto a Londra nella notte del 14 giugno 2017 nel grattacielo di 24 piani Grenfell Tower, situato nel quartiere di North Kensington. Al 16 giugno 2017 le vittime accertate sono 43, i dispersi sono 78, ormai considerati morti, e i feriti 69.
L'incendio è divampato poco prima dell' 01:00 BST (UTC+1) il 14 giugno 2017.
Duecentocinquanta pompieri e quarantacinque autopompe sono stati impiegati nelle operazioni di spegnimento. Si stima che al momento dell'incendio circa 600 persone fossero presenti all'interno dell'edificio. Di queste 30 sono rimaste uccise, 76 sono disperse e 65 sono state tratte in salvo dall'intervento dei vigili del fuoco. 74 feriti sono stati ricoverati in cinque ospedali di Londra di cui 17 in condizioni critiche. La presenza di focolai di incendio ai piani superiori e il timore di cedimento strutturale dell'edificio ha ritardato le operazioni di soccorso, che son state dichiarate concluse il 16 giugno 2017 quando la Polizia Britannica ha dichiarato di non avere più speranze di trovare superstiti.


5-Attentato a Londra del 19 Giugno 2017:
LONDRA, FURGONE SU FEDELI A FINSBURY PARK: Emergono le prime indiscrezioni sull'identità dell'attentatore che a Londra ha alimentato nuovamente la paura per il terrorismo. 
Si tratterebbe di Darren Osborne, un 47enne padre di quattro figli e residente in un sobborgo di Cardiff. Alcuni vicini lo hanno riconosciuto grazie alle prime foto, manifestando la propria sorpresa nel sapere del suo coinvolgimento nell'episodio. 
Nessuna dichiarazione invece da parte di Scotland Yard, che prosegue le proprie indagini nella più assoluta riservatezza. L'unico dato emerso e confermato dall'Intelligence londinese riguarda dei raid effettuati in questi minuti a Cardiff. Secondo le fonti ufficiali, sottolinea l'Ansa, Darrne Osborne avrebbe agito da solo e sarebbe stato mosso dalla sua volontà di "uccidere tutti i musulmani". 
Un nuovo attacco terroristico che ha preso di mira degli innocenti e che mette a dura prova l'equilibrio già delicato di una Londra ancora spaventata e rabbiosa per il recente incendio della Grenfell Tower.
Sono aumentati gli attacchi contro i musulmani a Londra: la violenza anti-islam ha subito un'impennata dopo l'attentato sul London Bridge. 
I numeri sono stati forniti dal sindaco Sadiq Khan, che ha citato i dati pubblicati dalla Met Police: si è passati da 3,5 attacchi di stampo islomofobico al giorno a una media di 20. 
Nei tre giorni successivi all'ultimo attentato londinese, i crimini a sfondo razziale sono aumentati del 40%. La polizia, come riportato dal Fatto Quotidiano, ha contato nello specifico ben 20 attacchi giornalieri nei confronti di musulmani: un aumento improvviso di oltre il 500%. Si tratta di una reazione già registrata in passato: è successo nel 2013, dopo la decapitazione del soldato britannico Lee Rigby, e dopo il massacro di Parigi del 13 novembre 2015, oltre che dopo l'attentato al concerto di Ariana Grande alla Manchester Arena il 22 maggio scorso.
Preghiera collettiva a Finsbury Park, a Londra, dove è avvenuto l'attentato ad alcuni fedeli musulmani nella notte: sul posto la premier Theresa May e il leader laburista Jeremy Corbin. Entrambi sono arrivati alla moschea per partecipare alla preghiera. Con loro diversi leader religiosi cristiani, ebrei e di varie fedi, al fianco dei predicatori islamici del luogo di culto londinese. 
La paura sta cominciando ad avere ripercussioni anche sulla vita quotidiana: molte scuole elementari e britanniche hanno annullato gite di più giorni e visite a musei e destinazioni turistiche di Londra e Manchester. Finora sono già alcune decine le scuole che hanno cancellato i viaggi per il pericolo terrorismo, ma il numero sembra destinato ad aumentare. Ora, come riportato dal Corriere della Sera, si teme un contraccolpo sotto il profilo economico. 

La cronologia mostra attacchi suicidi disperati atti a creare caos, poi un immenso incendio di proporzioni bibliche sigilla il rituale di questa guerra nascosta, un incendio spettacolare con colpi di scena surreali, come per esempio il bambino gettato dalla madre a 10 piani di altezza ed incredibilmente salvato da un passante, oppure tutto il simbolismo purificatore che si porta dietro l'incendio provocato in un quartiere popolare che sembrava non smettere mai di bruciare, come fosse una sacra torcia di antica fattura. 
Ricordiamo a questo punto lo storico incendio di Londra del 1666...
Il Grande incendio di Londra fu un incendio che si propagò nella City di Londra dal 2 al 5 settembre 1666 (12-15 settembre in calendario gregoriano), distruggendola in gran parte. Prima di questo, l'incendio del 1212, che distrusse una grossa parte della città, era conosciuto con lo stesso nome. Successivamente il raid incendiario condotto sulla città dalla Luftwaffe, il 29 dicembre 1940, divenne noto come il Secondo grande incendio di Londra.
L'incendio del 1666 fu una delle più grandi calamità nella storia di Londra. 
Distrusse 13.200 abitazioni, 87 chiese parrocchiali, 6 cappelle, 44 Company Hall, la Royal Exchange, la dogana, la Cattedrale di Saint Paul, la Guildhall, il Bridewell Palace e altre prigioni cittadine, la Session House, quattro ponti sul Tamigi e sul Fleet, e tre porte della città. 
Il numero di vite perse nell'incendio non è conosciuto, anche se tradizionalmente viene ritenuto abbastanza ridotto.

L'incendio scoppiò di domenica mattina, il 2 settembre 1666. Iniziò in Pudding Lane, nella casa di Thomas Farrinor (scritto anche Farriner, Fraynor, Farryner, o Farynor), un fornaio del re Carlo II
È probabile che l'incendio abbia avuto inizio perché Farrinor dimenticò di spegnere il forno prima di ritirarsi per la sera e che poco dopo la mezzanotte alcuni tizzoni ardenti abbiano dato fuoco a della legna posta nelle vicinanze. Farrinor riuscì a scappare dall'edificio in fiamme insieme alla famiglia, uscendo da una finestra del piano superiore. La domestica del fornaio non riuscì a fuggire e fu la prima vittima che morì tra le fiamme.
Nel giro di un'ora dall'inizio dell'incendio, il sindaco di Londra, Sir Thomas Bloodworth, venne svegliato dalla notizia. Non ne fu comunque impressionato, dichiarando che: «una donna potrebbe estinguerlo con una pisciata».
Molti degli edifici di Londra all'epoca erano costruiti con materiali combustibili, ma ben resistenti al fuoco, come il legno strutturale, a cui però venivano accostati altri materiali altamente combustibili, come la paglia. Le scintille che partivano dal negozio del fornaio ricaddero sulle costruzioni adiacenti. Spinto da un fortissimo vento, una volta innescato, l'incendio cominciò a diffondersi. Ma la diffusione del fuoco fu aiutata fondamentalmente dal fatto che gli edifici erano costruiti troppo vicini l'uno all'altro, con solo stretti vicoli tra loro. 
L'esperienza del grande incendio di Roma non aveva insegnato nulla ai londinesi, da un punto di vista urbanistico.
Nel 1666 Londra andava appena riprendendosi dalla peggiore pestilenza della sua storia (dopo quella del 1349-1350). Anche questo influì in maniera negativa sul propagarsi dell'incendio. Molte case erano sfitte, o perché i suoi abitanti erano morti o perché si erano trasferiti altrove per cercare riparo dall'epidemia. È facile capire che pochi erano gli abitanti che si preoccuparono immediatamente di spegnere le fiamme in quelle case vuote e sfitte. In secondo luogo la peste, riducendo il numero degli abitanti, aveva ridotto anche quello delle persone in grado di combattere contro le fiamme, diminuendo il numero di volontari che, dai quartieri non coinvolti nell'incendio, puntavano ai quartieri in fiamme.
La procedura standard all'epoca per fermare la diffusione del fuoco era sempre stata quella di distruggere le case sulla strada delle fiamme, creando così delle "fasce tagliafuoco", con l'intento di privare l'incendio di combustibile. Il progresso del fuoco forse avrebbe potuto essere frenato, ma ciò non fu possibile per la condotta del Lord Mayor, titubante nel dare gli ordini di buttare giù alcune case, preoccupato dai costi di ricostruzione. Il sindaco fece la scelta sbagliata, di affidare il compito di spegnere le fiamme a squadre di emergenza al soldo di alcuni uomini benestanti di Londra. Questi possedevano molte proprietà nella città ed erano disposti a chiudere un occhio per far divampare le fiamme verso i magazzini e le proprietà di altri nobili loro concorrenti. Le squadre furono inviate a demolire le case, ma spesso le macerie erano troppe per essere sgomberate prima dell'arrivo del fuoco ed anzi per lo più facilitarono la sua diffusione. Il fuoco divampò incontrollato per altri tre giorni, fino a quando si fermò vicino alla Chiesa del Tempio (Temple Church). Poi, improvvisamente balzò nuovamente alla vita, proseguendo verso Westminster. Il duca di York (poi re Giacomo II), ebbe la presenza di spirito di ordinare la demolizione della Biblioteca (Paper House) per bloccare le fiamme... il fuoco, infine, si spense.
L'unico effetto positivo del Grande Incendio di Londra fu che la peste diminuì notevolmente, a causa della morte in massa dei ratti portatori dell'infezione.
Il Monumento al grande incendio di Londra, noto semplicemente come The Monument, venne progettato da Wren e Robert Hooke. È posto vicino al luogo dove iniziò l'incendio, vicino all'estremità nord del London Bridge. L'angolo tra Giltspur Street e Cock Lane, dove finì l'incendio, è noto come Pye Corner, ed è segnato da una piccola statua dorata nota come Fat Boy (Ragazzo grasso) o Ragazzo dorato di Pye Corner, probabilmente un riferimento ad una teoria esposta da un predicatore anticonformista che disse: « La calamità non fu dovuta al peccato di blasfemia, perché in quel caso avrebbe avuto inizio a Billingsgate, né per oscenità perché allora Drury Lane sarebbe stata la prima a prender fuoco, né per menzogna perché allora le fiamme avrebbero raggiunto la City da Westminster Hall. No, fu causata dal peccato di gola perché iniziò a Pudding Lane e finì a Pye Corner. »
John Dryden commemorò l'incendio nel suo poema del 1667, Annus Mirabilis. Dryden, nel suo poema, lavorò per reagire alla paranoia circa le cause dell'incendio e propose che il fuoco fosse stato parte di un anno di miracoli, piuttosto che di uno di disastri. 
Il fatto che Carlo stesse già progettando di ricostruire una città gloriosa sopra le ceneri e il fatto che vennero riportate così poche vittime, per Dryden, era segno del favore divino, piuttosto che della maledizione.

lunedì 12 giugno 2017

BLU WHALE IL GIOCO CHE UCCIDE?


Il sito Butac anti-bufale, pur limitandosi ad una visione meccanicistica ed ufficialista ha detto una volta tanto una cosa giusta, ovvero che non pare esserci nessun legame accertato tra i suicidi in Russia ed il programma della Balena Blu. Questo perché in Russia da sempre si registrano una moltitudine di suicidi, a prescindere dal gioco o da eventuali e/o potenziali giochi più "alti" ed occulti.
Essendo dietrologo propendo che lo "scherzetto magico" in questione, svolga la funzione di testing di massa, di distrazione mediatica, di propaganda, di creazione di false flag e fake-news per censurare successivamente la rete ed i suoi contenuti scomodi, e per studiare nuove forme di controllo attraverso il solito trinomio Problema, Reazione, Soluzione.
ll Blu Whale è comunque una bufala, atta a costruire un meccanismo indotto di paura e tensione, un fake che però contiene "verità", verità non tanto inerenti alla notizia per come è stata veicolata e presentata dai media, storia che di fatto non esiste, piuttosto riguardo al discorso manipolatorio ed all'induzione del suicidio di persone psicolabili e facilmente plagiabili.
Andando oltre la notizia, la letteratura criminale ci viene incontro e ci mostra quali e quante volte sono accaduti omicidi in massa ben peggiori di quelli falsi attribuiti al programma della Balena Blu, soprattutto riguardo a sedicenti sette para-religiose, spesso controllate da uomini dei servizi segreti e di apparati militar-esoterici in join venture con alti gradi del satanismo mondiale, ma anche di religioni ed ambienti controiniziatici.
Gli esperimenti dell' MK-ULTRA sono i metodi primordiali del controllo a distanza delle persone e quindi non deve stupire che esistano tali metodi sofisticati mutuati da antiche conoscenze esoteriche e declinati in versione militare, oltretutto praticati anche a livello controiniziatico per eliminare personaggi scomodi o per punire traditori in certi ambienti particolari, come a livello di Intelligence per la creazione di candidati manciuriani da utilizzare per stragi, omicidi, fino al suicidio.
Questo per dire che tecnicamente il fenomeno esiste e non è sperimentale come ingenuamente si potrebbe credere, semmai è praticato da più di mezzo secolo ed è diventato prassi miliziana ed arma contro il nemico, qualunque esso sia, interno, esterno, oppure un semplice esercizio perverso di potere e controllo sui sottoposti.

MK-ULTRA da Wikipedia: "Denominato inizialmente "Project Bluebird" ("progetto Sialia") e successivamente "Project Artichoke" ("progetto carciofo"), fu infine chiamato "MKULTRA" il 13 aprile 1953 dal direttore della CIA Allen Dulles, che si era lamentato di "non avere abbastanza cavie umane per sperimentare queste straordinarie tecniche". L' MKULTRA ha raggruppato sotto un unico programma i vari progetti di interrogazione e controllo mentale federali, usufruendo di un numero molto elevato di risorse (denaro e scienziati) su tutto il territorio statunitense (e canadese). Durante gli anni '60 è stato ridotto per poi essere ufficialmente bloccato nel 1973 a causa dello scandalo, con il direttore della CIA Richard Helms che ordinò la distruzione di tutti documenti ma senza pieno successo.
Durante i 20 anni ebbe anche come scopo quello di contrastare in piena guerra fredda gli studi russi, cinesi e coreani sul cosiddetto controllo mentale (mind control) ovvero sulla manipolazione della psiche delle persone. Le scoperte avrebbero dovuto portare numerosi vantaggi, come ad esempio la creazione di assassini inconsapevoli o il controllo di leader stranieri scomodi.
Il progetto sarebbe stato sovvenzionato da un totale di 25 milioni di dollari e furono coinvolte almeno 80 istituzioni tra cui 44 college ed università, 12 ospedali e 3 prigioni, e 185 ricercatori privati.Molte ricerche venivano pubblicate in giornali medici ufficiali ed il clima era essenzialmente permissivo ed approvava le sperimentazioni in ambito "controllo mentale".


Come dicevamo, nonostante la notizia falsa, esiste realmente il discorso del controllo mentale e l'induzione al suicidio.
Esiste la figura del Master, proveniente da quel legame tra ambiente psichiatrico al servizio dell'apparato militare e servizi deviati del "governo ombra".
Egli può creare giochi di ruolo su menti fragili e potenzialmente psicolabili, li manovra attraverso inconsapevoli sub-master, e così via, come in una catena di Sant' Antonio, fino agli utilizzatori finali.
Questo paradigma lo ritroviamo declinato in tutti gli aspetti di marketing possibili, una sorta di piramide e di effetto domino controllato che si autoalimenta da solo una volta innescato.
Si creano gruppi segreti, si creano mode, si crea l'indotto mediatico Balena Blu, che non esisteva fino a quando non è stato presentato dall'oracolo mediatico, e se esisteva in altre forme, si sposta volutamente il bersaglio su rami sacrificabili dell'albero, ovvero fake news e ridicolizzazione, non tanto del Blu Whale che è una costruzione, ma del vero controllo mentale in atto da generazioni nella società post-industriale. Dopo questa operazione la Balena Blu prende vita anche se non esiste.
Parallelamente si creano false flag di finti suicidi spettacolari, filmati non si sa da chi, e reperiti non si sa da chi, abbinandoli al giochino perverso, in realtà eventi slegati tra loro e creati ad hoc. Oppure, ancor peggio, si strumentalizzano veri suicidi ed omicidi o si rappresentano falsi suicidi, abbinandoli al Blu Whale, anche se non è direttamente la causa di tutto ciò, per scopi diversi come messaggi in codice, controllo della psicologia di massa, testing di massa, plagio emozionale.
Questa nuova moda collettiva digitale di partecipare ad eventi, a questo punto non importa se veri o falsi, l'abbiamo ritrovata anche per altri giochi apparentemente più bonari ed innocenti come il Pokemon Go. Anche in quel caso persone eseguivano ordini per sviluppare un gioco stupido senza nessun senso, e l'unico senso era quello di controllare una moltitudine di persone facendole fare le cose più assurde nei posti più assurdi.
Il virtuale che diventa reale, il falso che diventa vero, questo è il paradigma da far accettare, da sviluppare come vero programma rieducazionale di massa.
Le veline russe, italiane ed americane recitavano un mantra, ma di falsa fattura, chissà perché tutte d'accordo tra loro nel presentare la bufala; credo sia questo il vero ed interessante dilemma e mistero da comprendere.

Perché creare mediaticamente ed anche su giornali ufficiali notizie false di questo genere, perché le ANSA spingono su certe cose, cosa ci vogliono comunicare, a chi vogliono comunicare, cosa sottendono???
Comunque, all'interno della falsa narrazione, sarebbe stato arrestato per davvero in Russia l'ideatore del Blue Whale, il folle "gioco" che spinge i ragazzini a suicidarsi. Quindi paradossalmente, troviamo appunto un doppio livello, ovvero una bufala che però presenta indagini reali ed innocenti in galera che recitano la parte dei presunti master che, nel caso esistessero, sarebbero da localizzare in ben altri ambienti. Abbastanza inquietante il fatto che una non realtà venga a creare una realtà, questa è magia, direbbero alcuni.
Il "percorso" finale prevede il suicidio dal palazzo più alto della città o in altre svariate modalità. Esistono diversi ruoli all'interno del gioco mortale e certi "padroni" agganciano adolescenti, fragili ed ingenui, gli fanno il lavaggio del cervello e li spingono ad atroci sofferenze che culminano con la morte.
Effettivamente sembra una delle tante sceneggiature distopiche di horror dell'ultima generazione, da SAW l'enigmista fino a 13 SINS, dove i malcapitati sono costretti a scegliere un male minore (suicidio o sacrificare il contendente) piuttosto che essere uccisi loro ed i loro cari, oppure talmente manovrati da essere cavie perfette.
Pressioni tali le ritroviamo spesso nella realtà empirica, anche in passato la mafia ha agito in questi termini costringendo di fatto al suicidio chi riteneva di ricattare pesantemente, ma gli esempi potrebbero essere infiniti, perché queste manipolazioni sono vere pur essendo presentate talvolta in falsi contenitori.

Questa manipolazione si sviluppa su più livelli ed un protocollo contiene una bufala per coprire le ragioni di una verità. E questa verità viene svilita proprio dal contenitore bufala.
Pur spaziando altrove, concettualmente, è lo stesso fenomeno che ritroviamo sui doppi livelli di propaganda come successe un secolo fa per i "Protocolli dei Savi di Sion". Un falso storico accertato che, però, dice anche delle verità accertate, verità che, essendo inserite in un contenitore considerato falso, perdono di credibilità, pur mantenendo un livello subliminale impresso nella memoria e nelle suggestioni popolari. In questo modo le verità occulte rimangono tali, quelle verosimili saranno sputtanate dal fatto che il testo si presenta volutamente come testo razzista e quindi, quale valenza sarà accettata e/o accertata se il testo è un falso razzista proto-nazista, che però svela diversi arcani dello schema del potere???
Cui prodest questo triplo gioco???
Ma lo stesso M5S, concettualmente, funziona allo stesso modo, esattamente come la veicolazione di notizie false ma verosimili, infatti la sua azione politica è verosimile, non falsa ma neanche vera, dato che ogni volta che si può risolvere un problema c'è una forza arcana che blocca l'operazione in corso, scomunicando gli avatar preposti. Esso rappresenta il contenitore della rabbia e del malcontento popolare, contenitore costruito dagli stessi poteri che prima piazzarono i suoi attuali illusori avversari politici. La forma pensiero della piazza viene quindi compressa e metabolizzata, il sistema è salvo, ma soprattutto, la funzione sarà quella di illudere la massa che qualcuno lavora per lei, senza però mai risolvere i problemi, ma fingendo di occuparsene, spostando i problemi, parlando di altro per non parlare di..., confondere le acque e magari, aspettare una reazione censoria da parte del sistema.
Questo per dire che la società transumanista attuale lavora sui doppi livelli, sui contenitori che possono essere opere letterarie (Protocolli), formazioni politiche che evitano conflitti sociali e sono stampella del sistema (M5S e tanti altri), notizie false che ne nascondono di vere, oppure atte a manipolare l'opinione pubblica creando ansia, annichilimento, che possono essere usate per ridicolizzare la rete e successivamente imporre censure, oppure sperimentazione su vasta scala e nuovi metodi di controllo mentale.


Poi viene presentato ai sudditti tal Philipp Budeikin, reo-confesso, studente di psicologia ed apparente ideatore del Blue Whale.
Oggi detenuto in carcere non pare aver mostrato alcun tipo di pentimento. È accusato di aver direttamente istigato al suicidio almeno una quindicina di adolescenti negli ultimi mesi dopo averli attratti con l'inganno su VK, il social network più in voga in Russia.
Le vittime nella sola Russia sono più di 160 negli ultimi mesi.
Egli nel corso dell'interrogatorio avrebbe affermato: "Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società". E ancora: "Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza".
A prescindere dalla costruzione della notizia, bisogna capire se il falso d'autore preveda anche l'invenzione del suddetto personaggio, oppure, sia stato creato un capro espiatorio ed incolpata una persona, magari coinvolta in cose simili, per avallare la storia stessa ed ammantarla di credibilità.
In questo caso il fatto diventa ancora più interessante e preoccupante, in quanto verrebbero arrestati innocenti per dare senso ad una bufala creata per altre ragioni, ragioni che poi vanno ad intersecarsi su diversi piani e creano anche l'effetto egregorico che prenda vita, nonostante tutto.
Come vedete, anche da una bufala può avvenire un complotto indiretto ed ancor più pericoloso in quanto non complotto diretto, ma evocazione che prende vita da se, dall'effetto domino e da manovratori molto abili dietro alle quinte.
Alla faccia della balena bianca, di Pinocchio e delle favole per bambini...
La realtà è ben più avanti della serie Black Mirror, serie che poi serve alla massa a far accettare la nostra realtà quotidiana, che viene dipinta apparentemente in termini surreali, paradossali e metaforici.
Black Mirror serve anche come contenitore mediatico dell'assurdo, in modo che l'utente medio si senta rassicurato che certe cose strane accadano solo nella finzione.
In termini razionali e consci lo rassicura, in termini inconsci e più subliminali lo abitua al nuovo che avanza, spaventandolo e muovendo aggressività, aggressività che sarà successivamente incanalata da altri contenitori sottili per concludere la manipolazione. 

-La storia quindi parte dalla Russia nel Maggio 2016, prima apparizione sulla stampa ufficiale.
I primi a parlarne sono i redattori della Novaya Gazeta russa. Tutto parte da un social network russo –VKontakte- che, come il nostro Facebook, ha gruppi chiusi di svariato genere tra cui alcuni dedicati ai depressi o agli aspiranti suicidi. Le stesse identiche cose che si trovano sui social network di tutto il mondo come ben sa chi naviga molto.
Su Novaya si racconta che all’interno di questi gruppi chiusi, sin da ottobre 2015, sarebbe stato fatto circolare questo “gioco” e che il tutto avrebbe portato a suicidi improvvisi. Novaya sostiene che il gruppo da cui tutto parte si chiamasse “Svegliati alle 4:20” (РАЗБУДИ МЕНЯ В 4:20), cosa a mio avviso strana, come riporta Urban dictionary:
4:20 was the designated time for a small group of smokers at San Rafael High School in California to meet at a specific location and light up. The number originates some time around 1971. It has since been adopted by smokers the world over as the “universal time to get high.”
Con 4:20 solitamente si parla di marijuana, non di suicidi.
Gruppo originale ora bloccato
Il gruppo ora è stato chiuso, quindi qualsiasi verifica è impossibile.
Comunque Gazeta riporta il tragico racconto di un suicidio, con intervista alla mamma della ragazza morta. Non c’è nulla che colleghi questo suicidio col gioco sotto accusa se non supposizioni. Sia chiaro, sull’onda dell’articolo della Gazeta le segnalazioni si sono moltiplicate, ma sempre senza nessuna vera prova che colleghi i ragazzi che si sono uccisi con questo gioco.
Prove?
Nessuna, l’unica cosa certa è che dopo l’uscita dell’articolo siano nati svariati gruppi su VKontakte dedicati al Blue Whale game che ripropongono versioni di quanto riportato dal quotidiano russo, che sia emulazione, trollaggio, ricerca di viralità?
Non si sa. Quello che è certo è che da quel primo articolo la vicenda piano piano ha fatto il giro prima della Russia, poi del Kazakistan e ora se ne parla anche in USA e Europa. Se ne parla anche su 4chan, con scetticismo.
Per riassumere:
una testata russa, senza portare prova alcuna, racconta di un fantomatico gioco che spinge al suicidio i ragazzi. Sull’onda di quell’articolo nascono pagine dedicate a tale gioco, la notizia si diffonde e arrivano anche pagine ufficiali (in Kazakistan ad esempio)a mettere in guardia le famiglie dai pericoli di giochi come questo.
Sia chiaro, la pagina su VKontakte esisteva per davvero, e la polizia russa ha anche fermato un ragazzo, Phillip Budeikin, che sarebbe stato tra i creatori del “gioco”, ma lui ha sostenuto d’aver creato uno strumento di marketing, e che non c’era alcuna ispirazione al suicidio. A oggi non trovo traccia del suo esser ancora sotto accusa o in arresto (ma le ricerche in russo non sono proprio semplici), il Mirror lo da come rilasciato, ma non è una fonte di cui mi fidi al 100%.-

Un articolo del 2012 sul New York Times ci racconta:
A report by the United Nations Children’s Fund released late last year said Russia, with 143 million people, ranked third in the world in per capita teenage suicides, trailing two other former Soviet republics, Kazakhstan and Belarus. Around the world, an average of 7 out of every 100,000 teenagers commit suicide every year. In Russia, that number is 22 per 100,000, and in two regions, Tuva and Chukotka, more than 100 per 100,000. Yearly, more than 1,700 Russians between 15 and 19 take their lives, according to the report.

Le presunte regole assurde ed atroci del gioco:
1- Incidetevi sulla mano con il rasoio “f57” e inviate una foto al curatore
2 – Alzatevi alle 4.20 del mattino e guardate video psichedelici e dell’orrore che il curatore vi invia direttamente
3 – Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al curatore
4 – Disegnate una balena su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore
5 – Se siete pronti a “diventare una balena” incidetevi “yes” su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi
6 – Sfida misteriosa
7 – Incidetevi sulla mano con il rasoio “f57” e inviate una foto al curatore
8 – Scrivete “#i_am_whale” nel vostro status di VKontakte (VKontakte è il Facebook russo, ndr)
9 – Dovete superare la vostra paura
10 – Dovete svegliarvi alle 4.20 del mattino e andare sul tetto di un palazzo altissimo
11 – Incidetevi con il rasoio una balena sulla mano e inviate la foto al curatore
12 – Guardate video psichedelici e dell’orrore tutto il giorno
13 – Ascoltate la musica che vi inviano i curatori
14 – Tagliatevi il labbro
15 – Passate un ago sulla vostra mano più volte
16 – Procuratevi del dolore, fatevi del male
17 – Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione per un po’ di tempo
18 – Andate su un ponte e state sul bordo
19 – Salite su una gru o almeno cercate di farlo
20 – Il curatore controlla se siete affidabili
21 – Abbiate una conversazione “con una balena” (con un altro giocatore come voi o con un curatore) su Skype
22 – Andate su un tetto e sedetevi sul bordo con le gambe a pensoloni
23 – Un’altra sfida misteriosa
24 – Compito segreto
25 – Abbiate un incontro con una “balena”
26 – Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla
27 – Alzatevi alle 4.20 del mattino e andate a visitare i binari di una stazione ferroviaria
28 – non parlate con nessuno per tutto il giorno
29 – Fate un vocale dove dite che siete una balena
dalla 30 alla 49 – Ogni giorno svegliatevi alle 4. 20 del mattino, guardate i video horror, ascoltate la musica che il curatore vi mandi, fatevi un taglio sul corpo al giorno, parlate a “una balena”
50 – Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita.